ECUMENISMO ED EVANGELIZZAZIONE

Loreto, 27 settembre 2014

Una madre dal cuore aperto. La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. «La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre» (Evangelii Gaudium 46-47 – i numeri tra parentesi si riferiscono sempre a questo documento, se on indicato diversamente). «Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo» (49).

Cari fratelli in Cristo, papa Francesco non usa mezzi termini per parlare della Chiesa. Secondo il linguaggio al quale ci sta abituando, ma che ancora per molti aspetti facciamo fatica a recepire, il papa ci aiuta a lasciarci interrogare dalla verità del Vangelo: non semplicemente da particolari della Bella Notizia, ma dal cuore stesso del messaggio di Gesù, che risulta sempre più chiaro e inequivocabile. E che quindi rimane la migliore cartina di tornasole per la nostra attività ecclesiale, per il nostro atteggiamento di cristiani che vivono nel mondo, e ancora di più per la nostra ricerca di quella coerenza evangelica che sta alla base di ogni espressione cristiana: quindi anche dell’ecumenismo.

«Dobbiamo sempre ricordare che siamo pellegrini» (244), scrive ancora il papa: ricordarci che camminiamo insieme verso una meta che forse nemmeno conosciamo bene, ma che possiamo soltanto intuire: verso cioè quell’unità dei credenti in Cristo che non è affatto utopia, ma i cui contorni precisi ci sfuggono. In altre parole: non sappiamo ancora bene che volto abbia e che lineamenti possa presentare il traguardo verso cui siamo incamminati, sappiamo però di essere incamminati verso un traguardo, e sappiamo che questo porta un nome ben preciso: unità dei credenti in Cristo.

Un po’ come quando arrivi alla stazione dei treni (o in aeroporto), sai di essere attesi dal signor Tal dei Tali, e benché tu non lo conosca ancora (quindi non sappia ancora com’è il suo volto), sai però che è lì che ti aspetta e che tu stai camminando proprio verso di lui.

Nella stessa linea va anche il Messaggio finale di Busan, Corea, dove nel novembre 2013 si è svolta la X assemblea del CEC; questo testo è un pressante appello a intraprendere e proseguire un pellegrinaggio verso la giustizia e la pace, sotto la signoria del Dio della vita e sulle tracce di Gesù Cristo; ma è anche un’occasione per fare il punto sullo “stato di salute” dell’ecumenismo. E qual è quindi questo stato di salute? Come lo vediamo, come lo vedete voi? …

Da una parte si continua a ripetere che “non possiamo non dirci ecumenici”: l’ecumenismo cioè è al centro dell’azione pastorale, della riflessione, della vita cristiana, dell’evangelizzazione; o perlomeno dovrebbe esserlo… Dall’altra parte però si fa fatica a trovare un linguaggio comune tra le chiese, specialmente in materia di sacramenti e del concetto stesso di chiesa; e si fa fatica anche a mettere in atto esperienze concrete e coraggiose di ecumenismo. In genere ci si limita al pregare insieme, e va benissimo: ma dal celebrare insieme siamo ancora piuttosto lontani, almeno per quel che riguarda la cena del Signore.

Oscar Cullmann (Francia, secolo XX) però diceva che quella che lui definiva “impazienza ecumenica” potrebbe essere addirittura pericolosa e nociva, perché rischia di sottovalutare i progressi fatti, che pur ci sono. La fretta (e forse la falsa prospettiva…) di una fusione generica tra tutti i cristiani è fuorviante; invece i gesti già fatti e che ancora vengono realizzati, pur se è vero che spesso rimangono nascosti o sono comunque meno eclatanti per esempio di una celebrazione comune, sono tuttavia più durevoli e ci avvicinano passo dopo passo ad una unità nella diversità. Che è poi quello che realisticamente ci si può e ci si deve attendere (cfr. B. Salvarani, Non possiamo non dirci ecumenici. Dalla frattura con Israele al futuro comune delle chiese cristiane, San Pietro in Cariano/VR 2014, p. 211). Da considerare inoltre che la passione ecumenica di Cullmann nasceva dal suo studio della Scrittura; a partire da questi studi egli faceva notare che la diversità non può essere considerata un intralcio all’unità: Paolo sostiene che le diverse membra di un corpo sono chiamate ad essere in comunione tra loro nonostante la loro oggettiva diversità, e in quel celebre passo della prima lettera ai Corinzi (12,4-31) l’apostolo mostra chiaramente che lo Spirito Santo crea l’unità delle membra non soltanto malgrado, bensì mediante la diversità (i testi di O. Cullmann da cui sono tratti questi passaggi sono: L’unità attraverso la diversità, e Le vie dell’unità cristiana).

Molte cose oggi ovvie e scontate nella vita cristiana (per esempio il fatto che molti capi delle chiese si esprimano spesso insieme su questioni etiche, sociali, politiche, ecologiche, ma anche i matrimoni misti e altro ancora) dicono una cosa fondamentale: l’ecumenismo non è rimasto solo una bella idea o un sogno poco realizzabile, ma ha assunto invece delle forme di vita. C’è qualcosa di concreto, insomma. E credo che sia sempre da qui che bisogna partire non solo per una “valutazione” del cammino ecumenico (che poi, chi è in grado e ha l’autorità per farlo?…), ma anche per un incoraggiamento reciproco a camminare ancora. In altre parole: qualche bel passo avanti è stato fatto, quindi nessuno ci impedisce di credere che non sia più possibile farne degli altri. E questo vale anche chiaramente nell’ambito dell’annuncio del Vangelo: annunciare insieme, pur se con sottolineature diverse, è già in sé evangelizzazione. Perché tutto ciò traduce concretamente il messaggio centrale del Vangelo di Cristo, e cioè il concetto di comunione. In una società come la nostra, nella quale si dicono tante (troppe?…) cose, è fuori dubbio che i gesti concreti assumono un valore pieno di significato; forse si perdono anche facilmente, ma mi pare che l’uomo di oggi abbia bisogno di segni, di gesti che lo aiutino a fissare nel cuore atteggiamenti, più che discorsi. Così un abbraccio, una testimonianza comune, uno scambio di doni, un gesto di reciproca solidarietà o condivisione, non sono soltanto dei corollari: diventano essenziali in una cultura come la nostra, abituata sempre di più al fast-food, al “mordi e fuggi”. Saper collocare con intelligenza dei segni di comunione, anche molto semplici, è una sfida che non possiamo sottovalutare, credo.

Papa Francesco ci ricorda anche che «tutto il popolo di Dio annuncia il Vangelo» (111). Tutto il popolo! Quindi l’evangelizzazione è una vocazione di tutti i battezzati al di là della loro appartenenza ecclesiale; ed è una capacità di tutti i battezzati, il che significa che ogni battezzato mi annuncia il Vangelo, al di là della sua appartenenza ecclesiale. Quindi la chiamata alla evangelizzazione è già in sé una certezza ecumenica, proprio perché interpella tutti i cristiani. E la salvezza portata dal Cristo è per tutti: «Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). San Paolo afferma che nel popolo di Dio, nella Chiesa, non c’è Giudeo né Greco, “perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28)».

Certo, la Chiesa vista anche nel suo futuro ecumenico di unità è un popolo dai molti volti; ma «nei diversi popoli che sperimentano il dono di Dio secondo la propria cultura, la Chiesa esprime la sua autentica cattolicità e mostra “la bellezza di questo volto pluriforme” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, n. 40)».

Una delle branchie della teologia è la teologia fondamentale: quella che si occupa delle domande fondamentali dell’uomo, dove per fondamentali si intende quelle domande condivise da tutti, indipendentemente da una appartenenza religiosa o ecclesiale: domande che stanno a fondamento stesso della vita e dell’essere uomini. Ecco, forse dovremmo tutti cominciare ad attenderci anche una specie di ecumenismo fondamentale: cioè, tutti i cristiani sono chiamati a trasmettere la fede alle generazioni future, chiamati quindi alla evangelizzazione; e questa missione è occasione preziosa di unità.

Importante in questo senso mi pare che sia sempre di più il cosiddetto ecumenismo spirituale, come lo definisce il cardinal Kasper. Quella forma di pensiero comune, di preghiera in comunione, di condivisione quotidiana della vita, con l’obiettivo di un reciproco arricchimento. Come a dire: conoscere l’altro, pregare in qualche modo con lui condividendo tradizioni e forme di preghiera, scambiarsi riflessioni teologiche e pratiche pastorali, realizzare qualche progetto comune di solidarietà per esempio, tutto questo contribuisce a formare quell’unità ecumenica che in fondo già c’è. Sì, perché in Gesù Cristo siamo già uno (cfr. Gal 3,28): dove l’identità dell’altro e la mia non vengono abolite ma rafforzate e completate reciprocamente. Non si tratta cioè di annientare la diversità, ma di farla rientrare in uno spazio di arricchimento comune. A livello spirituale si può già parlare di unità tra i credenti; e sempre più questa unità diventerà «un atto di fiducia nel fatto che l’altro intende e crede con forme e formule diverse, con immagini, simboli e concetti diversi, lo stesso mistero di fede che noi riteniamo nella nostra tradizione» (W. Kasper, Vie dell’unità. Prospettive per l’ecumenismo, Brescia 2006, pp. 242s.).

Oggi allora all’ecumenismo si chiede di rispondere a una triplice sfida:

–                far fronte alla responsabilità della memoria divisa delle chiese cristiane: cioè rendersi conto degli errori fatti (da tutti…), capire che spesso le divisioni sono nate per questioni oggi risolvibili o molto meno pesanti di un tempo;

–                trasformare le divisioni in differenze; non uno contro l’altro, ma uno per l’altro, anche a livello teologico: tutti abbiamo in mano un pezzetto della verità che è Gesù Cristo, e solo mettendo insieme questi pezzetti possiamo ricostruire l’unità e avvicinarci alla verità;

–                progettare insieme, con apertura verso l’alterità: l’altro non è necessariamente un nemico, ma può invece aiutare a capire meglio se stessi.

Allora non è giusto dire che l’ecumenismo è in crisi: piuttosto va detto che l’ecumenismo ha bisogno di un riorientamento.

Noi forse ci attendiamo un ecumenismo e una unità dei cristiani un po’ idilliaca, dove tutti pensano e dicono la stessa cosa: cosa davvero irrealizzabile e impensabile… Alberto Melloni parla invece di «una coabitazione che non ha nulla della rarefatta delicatezza di una sororità monastica, ma che assomiglia alla caotica e litigiosa sororità di una vera famiglia» (riportato da B. Salvarani, Non possiamo non dirci ecumenici…, p. 214). Si tratta quindi di un dinamismo di conversione: tutti i cristiani devono cambiare atteggiamento, non solo gli altri, da qualsiasi prospettiva li si voglia guardare, tutti devono vedere non più la propria presunta autosufficienza, ma fermarsi a considerare la rispettiva complementarietà. In concreto: se dialogo con protestanti, ortodossi ecc., non sono meno cattolico, ma anzi lo sono di più, perché capisco meglio qual è la mia identità e ciò che la differenzia dagli altri, e allo stesso tempo riconosco le ricchezze di cui gli altri sono depositari e che possono aiutare anche me a crescere nella fede. E chiaramente aiuto anche l’altro ad essere realmente “cattolico”: ad avere cioè una prospettiva universale, secondo il significato del termine “cattolicità”. Dinamismo di conversione, dicevo: infatti, tutti i giorni (almeno nella chiesa cattolica) quando si celebra l’eucaristia preghiamo il Signore chiedendogli: «…dona alla tua chiesa unità e pace secondo la tua volontà». Secondo la sua volontà, appunto: il che non vuol dire “se vuoi, Signore, dona alla chiesa l’unità e la pace, e se non vuoi, pazienza”; no, significa invece “dona alla chiesa quell’unità e quella pace che è davvero secondo la tua volontà: non come la immaginiamo noi, quindi, ma come realmente tu la vuoi”.

Tutto secondo quello che già Agostino scriveva: «Unità nelle cose necessarie, libertà nelle cose dubbie e in tutto carità» (riportato in Gaudium et spes, 92). Forse uno dei nostri compiti sta proprio anche in questo: capire quali siano le cose sulle quali è necessario essere d’accordo – e prima fra tutte è la fede nella morte e risurrezione di Cristo, che già unisce tutti i cristiani da sempre – e poi rispettare questa certa libertà nelle cose “dubbie”, cioè in quelle sulle quali non si è d’accordo e forse non è nemmeno necessario esserlo – un esempio fra tutti è il fatto che i preti occidentali non si sposano mentre quelli orientali sì – ma mantenendo in ogni discussione il principio della carità: cioè quello che ci fa dire che siamo comunque fratelli, e che al di là delle differenze vale molto di più ciò che già ci unisce.

Il dialogo ecumenico allora non è un’opzione tra le tante, come a dire: se c’è va bene, se non c’è va bene lo stesso. No, è una forma comune dell’essere cristiani nella società di oggi. Quindi non è un’appendice che si aggiunge alle tante attività della Chiesa: appartiene invece alla vita stessa della Chiesa, che non può fare a meno di ragionare in termini ecumenici. Scrive Walter Kasper: «Il dialogo ecumenico è espressione della struttura dialogica dell’esistenza umana e della percezione della verità» (Vie dell’unità…, p. 248). In altre parole: se non ragioniamo in termini ecumenici non solo tradiamo in qualche modo il nostro essere cristiani, ma anche il nostro essere uomini.

Quindi non si tratta tanto di mettere d’accordo l’ecumenismo con l’evangelizzazione, quanto piuttosto di accorgerci che portare oggi l’annuncio del Vangelo in qualsiasi ambiente e situazione è di per sé un atteggiamento ecumenico: cioè è un servizio all’unità dei credenti in Cristo.

Le nostre preoccupazioni, quelle di tutti i cristiani, sono legittime: preoccupazioni su come si può trovare unità con altri cristiani che, per esempio, hanno una concezione di sacramenti e quindi di eucaristia molto diversa dalla nostra o che non hanno problemi a ordinare preti e vescovi anche delle donne; ma dobbiamo avere il coraggio anche di dare spazio allo Spirito Santo, che soffia dove vuole e che quindi è capace anche di sorprese (cfr. Gv 3,8).

Lo Spirito Santo, la Trinità di Dio infatti sono il fondamento del dialogo tra cristiani, tra uomini. È lo Spirito che costruisce la comunione e l’armonia del popolo di Dio: guai quindi a sacralizzare la propria cultura e il proprio linguaggio della fede, come se questi fossero assoluti e gli unici possibili e giusti: facendo così, si andrebbe contro lo Spirito di Dio! Infatti, ci ricorda il papa, «in virtù del battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr. Mt 28,19)» (120). Ogni membro del popolo di Dio, scrive il papa, quindi ogni battezzato; e questo evidentemente vale per tutti: cattolici, ortodossi, protestanti ecc., cioè per tutte le chiese il cui battesimo è riconosciuto valido anche dalla Chiesa cattolica. Essere discepolo ed essere missionario sono due aspetti della stessa realtà allora, fanno parte della stessa vocazione cristiana. Di quella vocazione cristiana che condividiamo tutti, pur in diversi modi: ciò significa che ogni battezzato è missionario, lo sono io nei confronti dei “fratelli separati”, ma lo sono anche i “fratelli separati” verso di me. In altre parole: non posso pensare di essere l’unico capaci di insegnare qualcosa; questo appunto significherebbe sacralizzare la propria cultura e la propria appartenenza ecclesiale, come se il mio modo di essere discepolo di Cristo fosse l’unico possibile. No, anche gli altri cristiani, i “fratelli separati”, ma pur fratelli, sono missionari nei miei confronti, cioè hanno qualcosa da dirmi, da donarmi.

«Le differenze tra le persone e le comunità – scrive il papa in un passo secondo me fondamentale della sua esortazione – a volte sono fastidiose, ma lo Spirito Santo, che suscita questa diversità, può trarre da tutto qualcosa di buono e trasformarlo in dinamismo evangelizzatore che agisce per attrazione. La diversità dev’essere sempre riconciliata con l’aiuto dello Spirito Santo; solo Lui può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e, al tempo stesso, realizzare l’unità. Invece, quando siamo noi che pretendiamo la diversità e ci rinchiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, provochiamo la divisione e, d’altra parte, quando siamo noi che vogliamo costruire l’unità con i nostri piani umani, finiamo per imporre l’uniformità, l’omologazione. Questo non aiuta la missione della Chiesa» (n. 131). Attenzione: è lo Spirito Santo stesso che «suscita questa diversità»: quindi essa è in qualche modo necessaria! Non possiamo nasconderci questo dato di fatto; anche se abbiamo ancora un bel pezzo di strada da fare, nel riconoscere il “diversamente cristiano” come un arricchimento prezioso, come un dono dello Spirito di Dio.

Pochi mesi dopo la sua elezione, papa Francesco disse in un’intervista: «Si deve camminare insieme: la gente, i vescovi, il papa. La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica. Questa potrà anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli ortodossi. Da loro si può imparare di più il senso della collegialità episcopale e sulla tradizione della sinodalità. Lo sforzo di riflessione comune, guardando a come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, darà frutti a suo tempo. Nelle relazioni ecumeniche questo è importante: non solo conoscersi meglio, ma anche riconoscere ciò che lo Spirito ha seminato negli altri come un dono anche per noi […]. Bisogna continuare su questa strada. Dobbiamo camminare uniti nelle differenze: non c’è altra strada per unirci. Questa è la strada di Gesù» (intervista a A. Spadaro, in: Civiltà cattolica n. 3918, 19.9.2013, p. 465; riportata da B. Salvarani, Non possiamo non dirci ecumenici…, p. 217). Da notare che per Sinodo non si intende solo l’assemblea dei vescovi regolarmente convocata, come succederà fra qualche giorno; Sinodo è l’insieme dei vescovi con il papa, indipendentemente dal fatto che ci sia una convocazione ufficiale oppure no. Quindi il papa in questa intervista si riferisce allo stile di governo della Chiesa in senso generale.

L’unità allora esiste pienamente e primariamente in Cristo, perché in lui si è prima di tutto cristiani, lui ci considera prima di tutto come fratelli: tutti noi siamo uno in Cristo Gesù, direbbe san Paolo nel passo già citato (Gal 3,28). Probabilmente le forme di dialogo ecumenico che abbiamo visto nel corso del Novecento si sono in qualche modo esaurite, stanno nascendo forme nuove di ecumenismo. Quindi non vale la pena scoraggiarsi, anzi, direi che lo scoraggiamento è proprio antievangelico, nuoce all’annuncio della Bella Notizia: e questo non possiamo smettere di ricordarcelo! L’esaurimento di certe forme di ecumenismo, come quelli che sono stati definiti “i grandi abbracci” fra i capi delle chiese, per esempio fra Paolo VI e Atenagora, il fatto che tali gesti siano passati alla storia non deve far pensare che tutto si sia fermato lì: quelle sono indubbiamente delle pietre miliari dalle quali non si può prescindere, ma sono anche dei blocchi di partenza dai quali il cammino ecumenico è decisamente ripartito; e come succede in ogni pezzo di strada fatto insieme, non sempre c’è bisogno di fotografare il panorama, a volte si pensa a camminare e basta. Vale a dire: se oggi non vediamo molti “grandi abbracci” – anche se in realtà papa Francesco ne ha posto alcuni di altamente significativi – ciò non va tradotto in una battuta d’arresto dell’ecumenismo; no, il cammino continua, anche se forse in modo meno eclatante e a riflettori spenti: però continua, e ogni metro che facciamo in questo cammino ci permette di avvicinarci comunque alla meta.

In fondo, quello che cerchiamo è la pace nel volto dell’unico Dio. Scrive il papa verso la fine di Evangelii Gaudium: «Se ci concentriamo sulle convinzioni che ci uniscono e ricordiamo il principio della gerarchia delle verità, potremo camminare speditamente verso forme comuni di annuncio, di servizio e di testimonianza […]. L’impegno per un’unità che faciliti l’accoglienza di Gesù Cristo smette di essere mera diplomazia o un adempimento forzato, per trasformarsi in una via imprescindibile dell’evangelizzazione. I segni di divisione tra cristiani in Paesi che già sono lacerati dalla violenza, aggiungono altra violenza da parte di coloro che dovrebbero essere un attivo fermento di pace […]. Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi […]. Attraverso uno scambio di doni, lo Spirito può condurci sempre di più alla verità e al bene» (n. 246).

Occorre quindi andare oltre, c’è bisogno di uno sforzo ulteriore, del coraggio di abbandonare presunte certezze. È impensabile l’idea di ricreare la cristianità indivisa dei primi secoli del cristianesimo: quella forma di unità era legata a quel periodo storico e quindi non è più possibile. E nemmeno si può pensare ad una completa assimilazione reciproca, dove non ci sia nessuna differenza; questo non sarebbe ecumenismo ma un livellamento generico, un appiattimento indefinito. Piuttosto «dobbiamo stare con le persone, condividere i loro problemi, porci al loro fianco in ascolto del vangelo e degli insegnamenti della chiesa, e solo allora potremo andare a scoprire insieme una parola che deve essere condivisa» (da un testo di T. Radcliff, Essere cristiani nel XXI secolo, riportato da B. Salvarani, Non possiamo non dirci ecumenici…, p. 218).

Scoprire “insieme” una Parola da condividere, attorno alla quale già ci riconosciamo fratelli, una Parola che genera, che interpella, che converte: questo il nostro compito, la nostra vocazione.

E vorrei terminare con un passo di sant’Agostino, bello per la verità che ci consegna, ma anche per la forma e per la passione con cui ce la comunica. Un testo che per ciascuno di noi può diventare riflessione, provocazione, incoraggiamento, preghiera: «Fratelli, vi esortiamo ardentemente a questa carità, non soltanto verso i vostri compagni di fede, ma anche verso quelli che si trovano al di fuori, siano essi pagani che ancora non credono in Cristo, oppure siano divisi da noi, perché, mentre riconoscono con noi lo stesso capo, sono però separati dal corpo. Fratelli, proviamo dolore per essi, come per nostri fratelli, cesseranno di essere nostri fratelli, quando non diranno più “Padre nostro”». Poi Agostino continua dicendo che alcuni non considerano fratelli altri cristiani e vorrebbero guardare a loro come a dei pagani; ma il vescovo di Ippona afferma: «Ebbene, noi invece abbiamo assolutamente parte con voi: confessiamo l’unico Cristo, dobbiamo essere in un solo corpo, sotto un unico Capo. Perciò vi scongiuriamo, fratelli, per le stesse viscere della carità, dal cui latte siamo nutriti, dal cui pane ci fortifichiamo, per Cristo nostro Signore, per la sua ,mansuetudine vi scongiuriamo. È tempo che usiamo una grande carità verso di loro, una infinita misericordia nel supplicare Dio per loro perché conceda finalmente ad essi idee e sentimenti di saggezza per ravvedersi e capire che non hanno assolutamente nessun argomento da opporre alla verità. Ad essi è rimasta solo la debolezza dell’animosità, la quale tanto più è inferma quanto più crede di abbondare in forze. Vi scongiuriamo, dicevo, per i deboli, per i sapienti secondo la carne, per gli uomini rozzi e materiali, per i nostri fratelli che celebrano gli stessi sacramenti, anche se non con noi, ma tuttavia gli stessi; per i nostri fratelli che rispondono un unico Amen che noi, anche se non con noi. Esprimete a Dio la vostra profonda carità per loro» (da: Commento sui salmi, Sal 32,29; cfr. Liturgia delle Ore III, pp. 436ss).

Per qualche eventuale approfondimento

Francesco, Evangelii Gaudium, 2013;

Kasper W., Vie dell’unità. Prospettive per l’ecumenismo, Brescia 2006;

Salvarani B., Il dialogo è finito? Ripensare la Chiesa nel tempo del pluralismo e del cristianesimo globale, Bologna 2011;

Idem, Non possiamo non dirci ecumenici. Dalla frattura con Israele al futuro comune delle chiese cristiane, San Pietro in Cariano/VR 2014;

Spadaro A., Intervista a papa Francesco, in: Civiltà cattolica n. 3918, 19.9.2013.

TUTTI DISCEPOLI DELL’UNICO REDENTORE

PER UN ECUMENISMO COME FORMA DI VITA

Il Convegno regionale, promosso dalla Commissione regionale della CEM per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso lo scorso 27 settembre a Montorso presso il Centro Giovanni Paolo II, ha voluto offrire un contributo  di riflessione per la recezione  e attuazione del Convegno regionale delle diocesi marchigiane del novembre 2013. Al centro l’urgenza della evangelizzazione, alla luce della Esortazione post-sinodale di Papa Francesco Evangelii Gaudium.

I delegati delle diocesi marchigiane hanno così potuto confrontarsi con un tavolo di lavoro del tutto pertinente alle fatiche e al sogno di ogni cristiano: porre gesti concreti di comunione per tessere insieme una storia nuova di annuncio credibile del Vangelo. Su questo punto si è soffermata in modo particolare la relazione del Direttore nazionale dell’UNEDI della Cei, Don Cristiano Bettega. Di rilievo anche la sua importante sottolineatura, sulla scia dell’ecumenismo spirituale lanciato qualche anno fa dal Card. Walter Kasper, di un ecumenismo “fondamentale”, cioè posto nei fondamenti della vita  stessa e delle sue domande. La domanda della armonia, della pace, della fraternità non possono non trovare i cristiani disponibili ad offrire una loro specifica testimonianza di amore e di unità nella diversità. Si tratta, come ha detto il relatore, di promuovere nuove forme di vita fatte di gesti concreti.

In questa stessa direzione si sono collocate sia la riflessione di apertura del Vescovo di Ancona-Osimo, presidente della Commissione della CEM, Mons. Edoardo Menichelli, e le due comunicazioni, quella di D. Valter Pierini, docente di Teologia ecumenica e protestantesimo all’ITM, sui matrimoni di mista confessione tra cristiani e quella di D. Francesco Pierpaoli, referente regionale per la pastorale giovanile, sulla esperienza (in preparazione la settima per la prossima estate) dei campi  estivi ecumenici con giovani europei delle varie confessioni cristiane. Le due comunicazioni sono state arricchite dalla testimonianza di una coppia di sposi cattolica-ortodossa e da quella di alcuni giovani cattolici delle Marche che hanno partecipato ai campi ecumenici di Montorso. I lavori si sono conclusi con un vivace scambio e dibattito tra i partecipanti. Un segno di comunione con le altre Chiese cristiane presenti nelle Marche, rappresentate nel Consiglio delle Chiese Cristiane delle Marche (CCCM), è stato offerto dal saluto presentato ai partecipanti dal Presidente del CCCM, Pastore Michele Abiusi (Pastore della Chiesa Avventista) e letto dal Vicepresidente, il Rev.do Presbitero della Chiesa Ortodossa di Romania in Ancona, P. Ionel Barbarasa.

M. Florio

Messaggio del Papa

Papa Francesco invia un messaggio per incontrare pastori pentecostali e leader del Texas. In questo video storico, Papa Francesco invia un messaggio per incontrare pastori pentecostali e leader dal Texas (USA), presieduto da Kenneth Coperland.

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Anno Paolino: Cattolici, Ortodossi, Anglicani alla tomba degli apostoli

DALLA DIOCESI DI URBINO

A conclusione dell’Anno Paolino il Gruppo Ecumenico dell’Arcidiocesi di Urbino, in comunione con l’intera  Metropolia, ha sentito il bisogno di vivere un momento di grande valore spirituale: un PELLEGRINAGGIO insieme ai nostri fratelli Ortodossi e Anglicani.
Paolo sente il rimprovero di Gesù: ’ Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?…’ (Atti, 9,4)
E’ come se Gesù chiedesse a noi  suoi discepoli…’perché siete così divisi?…’
Nella strada di Damasco Paolo incontra Cristo, e si converte. Nella strada della divisione e della discordia incontriamo lo stesso Gesù che ci invita  a ritrovare l’unità.
Le nostre Chiese si arricchiscono sempre più della presenza di tanti Cristiani che, venuti dai Paesi di osservanza ortodossa, chiedono di vivere la stessa  fede in Cristo nel rispetto dei riti e delle liturgie.
A tal proposito la Diocesi ha concesso, come del resto tante altre Chiese, un luogo di culto…Parrocchia tra le nostre Parrocchie.
Perché non fare insieme un pellegrinaggio? L’anno Paolino è stata l’occasione propizia. P. Victor Ciloci, Sacerdote della Sacra Arcidiocesi Ortodossa in Italia, (Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli) che guida la comunità Ortodossa, ha chiamato i suoi fedeli. Ne sono venuti 18. Abbiamo rivolto l’invito ai cristiani Anglicani  di Sharnbrook (Diocesi di St. Albans) con i quali una parrocchia della Arcidiocesi  (Cristo Lavoratore di Calpino) condivide la storia di un gemellaggio. Ne sono venuti 9. E’ stato rivolto l’invito ai fedeli cattolici e ne sono venuti altri 20. L’Arcivescovo Francesco Marinelli ha condiviso e incoraggiato questa esperienza. L’Opera Romana Pellegrinaggi, con Marina Venturini di Pesaro e Paola De Toma, la Guida dell’ORP di Roma, hanno dato tutto l’appoggio tecnico per una perfetta organizzazione. Dai luoghi della passione di Paolo, (Abbazia delle tre fontane) alla tomba dell’Apostolo Pietro, da S. Giovanni in Laterano alla tomba dell’Apostolo Paolo.
Il filo della preghiera e dell’amicizia ci collega magnificamente. Il sabato con la Liturgia di lode Ortodossa all’Abazia delle Tre Fontane e dei Vespri alla Basilica di S. Paolo Fuori le Mura, la domenica con la messa delle 12. E tutto con la voce e la fede di ciascuno, e tutto con una voglia incredibile di pregare. Niente di straordinario…ma se di questi pellegrinaggi ecumenici ne sono arrivati pochissimi durante l’anno paolino… allora ci siamo sentiti protagonisti di un fatto importante. E così siamo ritornati pieni di ‘letizia ecumenica’, con la speranza di continuare a ritrovare, là dove viviamo, i vari fili della fede che formano il volto di Cristo.
Don Giuseppe Righi
Don Fabio Pierleoni
Carla Pandolfi

Gemellaggio ecumenico

Il 25 e il 26 aprile la Metropolia di Pesaro-Fano-Urbino vivrà una tappa significativa nel cammino ecumenico. Il momento solenne sarà la Veglia ecumenica con la Firma del Gemellaggio tra la Chiesa di St. Albans e la Metropolia

PROGRAMMA

Venerdì 25 aprile ore 21

Parrocchia S. Famiglia (Fano)
Catechesi ecumenica tenuta dal Vescovo Armando e dal Vescovo Christopher. L’invito è rivolto alle parrocchie gemellate, a tutti i sacerdoti le loro comunità, movimenti, associazioni.

Sabato 26 aprile ore 10.30

Episcopio di Fano – Ricevimento ufficiale alla presenza del Vescovo Mons. Armando Trasarti, del Sindaco di Fano, città già gemellata civilmente con St. Albans

Sabato 26 aprile ore 18

Cattedrale di Pesaro
Solenne Veglia Ecumenica, Firma del legame di amicizia tra il Metropolita Mons. Piero Coccia e il Vescovo Christopher Herbert

Quale stagione ecumenica dopo Sibiu?

Solo qualche riflessione per avviare su questo sito un dialogo a più voci con tutti gli amici che hanno partecipato direttamente o indirettamente alla terza Assemblea dei cristiani d’Europa

Gli ultimi mesi sono stati intensi dal punto di vista ecumenico per avvenimenti, analisi, emozioni. C’è chi ha parlato di gelo, chi di nuvole, chi di nuova stagione. E’ finito sicuramente l’ecumenismo delle coccole ma non la passione dell’unità. Una strada certamente in salita come ogni strada che punta all’unità e alla comunione. E’ finita la stagione dei profili incerti in cui si cercava di non marcare ciò che divide, è nata la stagione dei profili definiti con la possibilità di conoscere meglio e arricchirsi dei doni che caratterizzano ciascuna Chiesa; è forse finita la stagione delle convergenze più scontate ed è iniziata la stagione della ricerca delle convergenze più essenziali; è finita la stagione in cui si poteva parlare di unità senza toccare i più scottanti temi etici ed è iniziata la stagione che esige una approfondita riflessione intercristiana sulla morale( il piccolo giallo del documento finale di Sibiu ne è un segno evidente!); è finita la stagione della solitudine tra le confessioni cristiane ed è nata la stagione di un ricco ecumenismo spirituale e di carità tra chiese vicine o lontane.
Dalla vecchia stagione (pensiamo a Graz) ereditiamo beni preziosi che in questa nuova stagione esigono di diventare sempre più una luce per l’Europa e il mondo intero: la ricerca della giustizia libera dalla paura e dalla avarizia; la necessità di non sperperare il prezioso patrimonio di coloro che negli ultimi 60 anni hanno lavorato per la pace e l’unità in Europa, il rifiuto della guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti, la salvaguardia del creato ed uno sviluppo sostenibile dell pianeta .

“responsa” e pastorale ecumenica

Il documento della Congregazione della Dottrina della fede ha dato la stura a innumerevoli commenti e riflessioni. Quale ecumenismo è possibile dopo i “responsa” ? Anche a Sibiu il documento era presente in tante riflessioni e interventi. Hanno colpito la schiettezza e la sofferenza nelle parole del Card Kasper : “Io so che molti, in particolar modo molti fratelli e sorelle evangelici, si sono sentiti feriti da ciò. Questo non lascia indifferente neanche me e rappresenta un peso anche per me. Poiché la sofferenza ed il dolore dei miei amici è anche il mio dolore. Non era nelle nostre intenzioni ferire o sminuire chicchessia. Volevamo rendere testimonianza della Verità, cosa che ci attendiamo anche da parte delle altre Chiese, e così come le altre Chiese di certo fanno. “
Dopo i “responsa” dunque resta confermato l’assioma su cui abbiamo costruito il nostro impegno ecumenico post conciliare : quello che ci unisce tra cristiani resta molto più di ciò che divide e noi in forza dell’unico battesimo e con in mano le sante Scritture, possiamo vivere già fin d’ora tutto quello che possiamo vivere assieme, eccetto quello che la nostra coscienza ecclesiale ci impedisce di vivere insieme dal momento che vi sono modi diversi tra le varie Confessioni di concepire quali siano gli aspetti indispensabili per essere Chiesa di Cristo.

I responsa , per quanto riguarda la nostra coscienza di romano cattolici, evidenziano e ci esortano ad avere sempre presente nell’azione ecumenica il necessario legame tra verità e carità, tra identità e dialogo. Di riflesso ogni chiesa e comunità ecclesiale viene indirettamente stimolata dal documento ad esprimere in modo chiaro la propria identità e ciò che ognuno sente essenziale per essere Chiesa di Cristo e discepoli di Gesù e questo sforzo di approfondimento della propria identità dovrebbe facilitare un dialogo più vero e spingere in profondità il reciproco lavoro ecumenico.
Ma il documento vuole richiamare ai cattolici, senza cambiare di una virgola il Concilio vaticano secondo, la propria identità ecclesiale da vivere con grande serenità e soprattutto non per riaffermarla contro qualcuno, ma per vivere la nostra missione a servizio del vangelo e dunque la nostra carità verso tutti. Il dialogo va cercato come onesta attenzione all’altro e come proposta sincera del proprio punto di vista. D’altro canto potremmo aggiungere che ogni chiesa o comunità ecclesiale legittimamente ritiene davanti a Cristo di essere la forma più autentica di essere chiesa pur riconoscendo i peccati dei suoi membri e la perenne necessità della conversione.
I responsa , per quanto riguarda i fedeli cattolici, precisano il senso del subsistit e proclamano non autentica una ecclesiologia che immagini la Chiesa di Cristo come una somma delle Comunità ecclesiali e che non esista più in alcun luogo e che debba essere soltanto oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e Comunità ecclesiali poiché la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica. Una affermazione netta che non può non creare imbarazzo nel dialogo ecumenico ma che occorre contestualizzare e potrebbe divenire un documento per l’unità ed ecumenicamente utile. Invita infatti ad armonizzare concetti apparentemente contraddittori poiché se da un verso si dice che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, d’altro canto si dice che in base alla dottrina cattolica si può affermare correttamente che la Chiesa di Cristo è presente e operante nelle chiese e comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con essa.
Può il documento favorire un ecumenismo più profondo proprio partendo dal fatto che ci sono diverse idee di chiesa nella nostra visione reciproca e tutti potremmo sentirci stimolati a mettere a nudo ciò che ogni chiesa ritiene come assolutamente costitutivo della struttura ecclesiale. Anche l’autorità del Papa per i cattolici non è qualcosa che sta sopra o contro le chiese particolari, ma è piuttosto, dice il documento, uno dei principi costitutivi interni di ogni chiesa particolare e sfida la discussione ecumenica a chiarire come questo ministero appartenga alla vita interna di ogni chiesa particolare e come serva a liberare la fede e la vita delle chiese da una identificazione troppo forte con le condizioni culturali. Così quando a causa delle divisioni si dice che l’universalità della Chiesa non si realizza pienamente nella storia, si invitano i cattolici a liberarsi di ogni autosufficienza perché le divisioni sono tragiche anche per loro e rimandano ad una testimonianza convincente affinché il mondo creda.
Ora partendo da fatto che non è pensabile un puro ecumenismo di ritorno, come è possibile dopo i responsa affrontare la pastorale ecumenica intercristiana che resta una delle priorità della Chiesa cattolica come ricorda le lettera di presentazione del documento? Quale ecumenismo è possibile dal momento che anche l’ecumenismo di popolo o ecumenismo spirituale, così sapientemente e coraggiosamente delineato dalla Charta Oecumenica per l’Europa, ha bisogno di intravedere possibili esiti pur nella consapevolezza che l’unità è dono dello Spirito Santo? In positivo cosa possiamo continuare a costruire nella pastorale ecumenica?

un ecumenismo della santità e non di facciata

Se nei santi e nei martiri le nostre chiese sono già unite e se in ogni chiesa o comunità ecclesiale vi sono mezzi di santificazione, allora possiamo aiutarci a vivere una misura alta della vita cristiana senza nasconderci né minimizzare le differenze, ma riconoscendo con verità e gioia i doni di santità passati e presenti nelle nostre comunità ecclesiali. Non c’è dubbio che il linguaggio della santità e del martirio è, in campo ecumenico, il più intelligibile ed il più efficace. Possiamo trarre insegnamento da Frère Roger e da tutta l’esperienza di Taizè che ha creduto soprattutto all’ecumenismo della santità che cambia il fondo del cuore e che sola conduce verso la piena comunione. Unità dei cristiani e santità sono due realtà inscindibilmente unite, assolutamente inseparabili, che si compenetrano ed illuminano a vicenda.
Sono, quella e questa, due note essenziali della Chiesa di Cristo. Ogni passo innanzi sarà sempre legato alla maturazione di questa dimensione spirituale di tutti i membri della Chiesa. I veri protagonisti dell’ecumenismo non sono, dunque, gli uomini, ma lo Spirito Santo: è Lui che fa di molti un solo corpo, un cuore solo ed una anima sola, come avveniva nelle prime comunità cristiane . Riflettendo, in modo speciale, sul loro volto il volto di Cristo, vivendo, in tutta la sua radicalità, il Vangelo dell’amore e della riconciliazione, i cristiani danno una forte testimonianza di comunione a tutti i loro fratelli nella fede e a tutti gli uomini. Non c’è dubbio che il linguaggio della santità e del martirio è, in campo ecumenico, il più intelligibile ed il più efficace.
I santi possono dare un nuovo impulso all’ecumenismo. Una delle radici del movimento ecumenico infatti è nell’esperienza comune delle persecuzioni subite dai cristiani delle diverse confessioni Il ravvivato ricordo della testimonianza di tanti cristiani non può rimanere infecondo dal punto di vista ecumenico. Per noi europei i tanti martiri del novecento sono un tesoro preziosissimo da non disperdere e far valere per il nostro futuro di cristiani Se il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, come diceva Tertulliano, possiamo confidare che il sangue comune versato da tanti testimoni di chiese separate diventerà seme di unità per quelle stesse chiese. La legge del chicco di grano vale anche per il movimento ecumenico. Cadendo in terra e morendo, produce molto frutto (Gv 12, 24). Papa Giovanni Paolo II ha il merito di avere richiamato l’attenzione sulla dimensione martirologica dell’ecumenismo in occasione della commemorazione ecumenica dei testimoni del XX secolo.Una intuizione profetica che non andrebbe lasciata cadere
Per quanto riguarda i martiri e i santi si potrebbero raccogliere delle brevi autobiografie di santi e martiri di diversa Confessione affinché si scopra ciò che l’unico Spirito suscita nella santa Chiesa in tutte le Confessioni.
Anche il cardinale Kasper esorta nel suo vademecum a pubblicare ecumenicamente a livello locale o regionale registri aggiornati e note biografiche relative a recenti testimonianze di fede fino alla morte( ES 43) e a ripetere ciò che fece in modo insuperabile il Servo di Dio Giovanni Paolo secondo il 7 maggio 2000 al Colosseo, puntando ad una stesura ampia di un nuovo martirologio ecumenico sulla scia di quello edito dalla Comunità ecumenica di Bose. Possono sembrare piccoli segni ma , se attuati, avrebbero un grande valore educativo e simbolico! I nostri pellegrinaggi ecumenici sui luoghi dei martiri e dei santi più significativi delle nostre chiese vanno in questa direzione.
Un ecumenismo missionario e non di nevrosi
Quanto più diveniamo chiese missionarie preoccupate, senza alcuna nevrosi, di trasmettere fedelmente il cristianesimo alle nuove generazioni, tanto più saremo cristiani impegnati nell’ecumenismo. L’Unitatis redintegratio era, nel pensiero dei Padri conciliari, un testo intimamente collegato con l’Ad gentes . Si tratta di due momenti di un unico discorso. Il legame tra ecumenismo e missione è, di ordine “genetico”, nel senso che l’idea ecumenica ha preso corpo e si è estesa in seno alla Chiesa contemporaneamente ad una progressiva e sempre più viva coscienza della sua vocazione essenzialmente missionaria. E l’ecumenismo ha avuto origine e si è sviluppato nell’ambito della missione in cui ci si rende pienamente conto dell’assurdo della divisione dei cristiani e dello scandalo che esso provoca in un mondo, come quello di oggi, che, nonostante tutto, sembra camminare, anche se non senza fatica, verso una sempre maggiore unità nei vari settori della vita: sociale, culturale ed economico.
Possiamo applicare all’ecumenismo quel che Paolo VI diceva alla Chiesa cattolica: “La forza dell’evangelizzazione risulterà molto diminuita, se coloro che annunciano il Vangelo, sono divisi tra di loro da tante specie di rottura. Non sarebbe forse qui uno dei grandi malesseri dell’evangelizzazione? Infatti, se il Vangelo che proclamiamo appare lacerato da discussioni dottrinali, da polarizzazioni ideologiche o da condanne reciproche tra i cristiani in balia delle loro diverse teorie sul Cristo e sulla Chiesa.. come potrebbero quelli a cui è rivolta la nostra predicazione non sentirsene turbati, disorientati, se non addirittura scandalizzati? Sì, la sorte dell’evangelizzazione è certamente legata alla testimonianza di unità interna della Chiesa” (Evangelii nuntiandi, 77). L’ecumenismo ha, quindi, una dimensione profondamente missionaria, come la missione ha una dimensione profondamente ecumenica.
Ma oggi in Europa, specie tra i giovani, il legame tra missione ed ecumenismo si pone in modo nuovo.. Essi, in genere, non conoscono o non sono interessati alle questioni ecclesiologiche che hanno generato le varie separazioni tra chiese del secondo millennio. Molti di loro, forse per la prima volta in modo consapevole, mettono in discussione la persona stessa di Cristo che è sì rispettata ma non autorevole agli occhi di molti cristiani. E non solo non c’è intesa sulle conseguenze etiche che discendono dalla vita in Cristo, ma la stessa Persona di Gesù è in crisi . Di fatto è messa in discussione la sua umanità come pienamente capace di svelare l’uomo a se stesso e renderlo pienamente umano ed anche la sua divinità non accogliendo Cristo come unico redentore dell’uomo. Ora sulla persona di Cristo le Chiese cristiane sono state sempre unite; sul modo di intendere la Chiesa, i sacramenti, i ministeri si sono divise. Per molti giovani oggi quelle divisioni sono sconosciute o lontane perché il nodo gordiano oggi è Gesù Cristo. Qui si apre uno scenario nuovo dove in primo piano c’è lo sforzo comune di annunciare Cristo nella sua integralità pur partendo da esperienze ecclesiali che sono distinte su punti qualificanti del modo reciproco di concepire il Corpo di Cristo che è la Chiesa! L’annuncio integrale di Gesù Cristo alle nuove generazioni potrebbe diventare un grande laboratorio ecumenico in questa nuova stagione che pone in un confronto continuo le nuove generazioni in Europa e nel mondo. Ancora una volta dunque dalla missione all’ecumenismo. Senza nevrosi, perché i tempi sono di Dio, sia della missione, sia della riunificazione dei cristiani e nel frattempo lavoriamo serenamente a piccoli passi. I nostri gemellaggi ecumenici tra parrocchie delle varie confessioni anche geograficamente lontane potrebbero essere orientati più decisamente in questa direzione scambiandoci preghiere ed esperienze per essere insieme i missionari di Gesù Cristo del terzo millennio cristiano
Un ecumenismo spirituale e per niente astratto.

Tutti giustamente consideriamo l’ecumenismo spirituale come l’anima di tutto il movimento ecumenico. E non si tratta di scelte generiche o astratte ma lucide e concrete. Basterebbe mettere assieme le piste di fraternità nate dopo Graz tra comunità cristiane vicine o lontane o semplicemente prendere alcune delle tante suggestioni pastorali presenti nel libro “ Ecumenismo Spirituale” ( un vademecum e una sorta di piccolo direttorio con una miniera di spunti e di possibilità tutte al positivo) per accorgerci che abbiamo tanto da condividere insieme! Quel <<I cristiani insieme possono>> suona come un ritornello e possiamo prenderlo sul serio e sperimentare in questa nuova stagione ecumenica almeno alcune delle tante proposte.

Preghiera comune e memoria congiunta del battesimo

La preghiera del Signore è la preghiera comune dei cristiani che rendono grazie al Padre che li ha adottati come figli. Per questa ragione, malgrado le divisioni questa preghiera rimane bene comune di tutti i cristiani e una pressante esortazione a pregare per la loro unità . La Chiesa cattolica incoraggia i cristiani alla preghiera comune specie incentrata sul battesimo quale vincolo sacramentale dell’unità.(UR 22 Per questo esistono importanti possibilità di ecumenismo spirituale in relazione a questo sacramento.
Il Battesimo è il primo sacramento della salvezza per mezzo del quale la persona diventa cristiana, è incorporata a Cristo e alla sua Chiesa, è il sacramento che costituisce il fondamento della comunione tra cristiani. Quando i cristiani riscoprono insieme il mistero e le ricchezze spirituali del loro battesimo, si avvicinano maggiormente a Gesù Cristo e gli uni agli altri, diventano più consapevoli della loro appartenenza all’unico Corpo di Cristo e della loro comune vocazione.
Si può e si deve dunque crescere nella comunione con il reciproco riconoscimento del battesimo.
Un esempio recente e molto bello in Germania dove il Cardinale Karl Lehmann, Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il Vescovo luterano Wolfgang Huber e i rappresentanti di altre undici comunità confessionali, hanno adottato un documento comune sul battesimo. Il documento afferma: “Nonostante le differenze nella comprensione della Chiesa, esiste tra noi un accordo fondamentale sul battesimo. Per questo noi riconosciamo come compimento del battesimo ogni atto di immersione o di aspersione con l’acqua realizzato secondo la missione di Gesù, in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e ci rallegriamo per ogni persona che si battezza. Il battesimo così non può essere ripetuto” Anche il documento finale della terza assemblea lo raccomanda ai cristiani d’Europa!
Il reciproco riconoscimento del battesimo permette loro( dice il documento vaticano) di riunirsi in celebrazioni che affermano o fanno memoria della grazia del battesimo, di valorizzare la festa del Battesimo del Signore o il tempo liturgico di Pasqua e Pentecoste come occasione propizia per una catechesi comune sul mistero e i frutti del battesimo, utilizzando i documenti ecumenici sui sacramenti della iniziazione elaborati negli ultimi decenni.

Approfondire insieme la fede cristiana con le sante Scritture .

Leggere, meditare, pregare assieme le Scritture tra cristiani anche divisi, rafforza il legame di unità esistente, li apre all’azione unificante di Dio, dà maggior forza alla loro testimonianza . (Direttorio 183). La Scrittura illumina e nutre i cristiani di tutte le tradizioni e alcuni aspetti del mistero cristiano sono stati a volte messi in luce più efficacemente da altre Chiese o Comunità ecclesiali ed esorta a leggere e pregare insieme la Parola di Dio come “eccellente strumento” lungo il cammino dell’unità (ES n°14 , 18, 21)
Nel cammino catecumenale delle famiglie di mista confessione, si possono tenere incontri biblici con i sacerdoti e i pastori di diversa Confessione usando la stessa traduzione interconfessionale della Bibbia; le comunità di una zona pastorale potrebbero in accordo con i sacerdoti e i pastori tenere incontri comuni di introduzione alla Sacra Scrittura per tutti i cristiani del territorio che lo desiderano specialmente per i giovani .
Il vademecum offre immense opportunità nel corso dell’anno liturgico, un elenco straordinario che vale la pena di leggere con un animo pastorale aperto e creativo.
Partendo dalla settimana di preghiera per l’unità ( 18 –25 gennaio) che dovrebbe vedere tutte le componenti della Chiesa uniti con le altre Chiese e Comunità ecclesiali potrebbero essere individuati tanti altri appuntamenti ecumenici .A fine gennaio il vademecum suggerisce la domenica della Bibbia e quello potrebbe offrire l’opportunità per una comune celebrazione della Parola e magari consegnando capillarmente la Bibbia nella sua traduzione interconfessionale.
La prima domenica di quaresima secondo il calendario ortodosso è la domenica della Ortodossia e potrebbe essere l’occasione per pregare per tutte le Chiese ortodosse e iniziare assieme le pratiche della quaresima e proporre alcuni temi comuni di riflessione durante la quaresima.
Si arriva a suggerire una proposta davvero coraggiosa che potrebbe essere il momento culminante di una quaresima vissuta assieme da tutti i cristiani: un servizio comune basato su letture bibliche relative al perdono e alla misericordia come preparazione alla Confessione personale dei peccati che poi ognuno va a ricevere da un ministro della propria Chiesa .( ES 41)
Un altro appuntamento importante è la festa della salvaguardia del creato in settembre che, suggerita dal patriarca di Costantinopoli, la Chiesa cattolica ha fatto propria ed anche a Sibiu è stato un punto di grande unità e una occasione preziosa per ricuperare la comune tensione di tutti i battezzati per il bene comune, la ricerca della pace e la salvaguardia del creato.
Anche la Giornata della Riforma offre ai battezzati cattolici e ortodossi la possibilità di farsi vicini ai fratelli della tradizione riformata e riconciliare le memorie a volte dolorose e arricchirsi dei doni della loro esperienza di fede.
Il digiuno eucaristico rimane una ferita aperta delle nostre divisioni Poiché per le chiese cattoliche e ortodosse la comunione eucaristica e la comunione ecclesiale sono intimamente legate l’una all’altra non è possibile celebrare tutti assieme l’unica Eucaristia del Signore anche se i fratelli riformati la considerano una meta irrinunciabile del percorso ecumenico. Il digiuno eucaristico, ferita aperta delle nostre divisioni, non può non scuoterci tutti a cercare l’unità dei cristiani approfondendo le verità di fede non negoziabili e la comprensione stessa del mistero della Cena del Signore.
Per quanto riguarda la nostra Chiesa ecco i criteri: permette ai ministri cattolici di dare in alcune circostanze la santa comunione ad altri cristiani, sotto l’autorità del vescovo locale, anche ai cristiani riformati se manifestano la stessa nostra fede in ordine al sacramento. I cristiani cattolici possono in alcuni casi ricevere l’Eucaristia da altre Chiese cristiane che secondo la teologia cattolica celebrano “validamente” l’Eucaristia.

Coinvolgendo tutta la comunità cristiana

Queste suggestioni pastorali sono rivolte a tutti i possibili operatori pastorali a partire dai sacerdoti e dai diaconi che in molti casi fanno ancora fatica ad aprirsi alla dimensione ecumenica come già un <<vecchio>> documento del Pontificio Consiglio per l’Unità esigeva ( La dimensione ecumenica nella formazione di chi si dedica al ministero pastorale, 1995); si rivolgono ai monasteri e alle case religiose che possono intraprendere veri e propri gemellaggi ecumenici di fraternità; ai giovani e ai giovani ministri in modo tutto speciale perché essi potranno vedere i frutti che oggi si stanno seminando in campo ecumenico. In questo senso le ultime pagine del vademecum sono toccanti per chi ha a cuore il futuro delle Chiese cristiane in Europa : “ Ogni nuova generazione di giovani cristiani riceve in eredità il fardello delle divisioni del passato..Pertanto è di capitale importanza offrire ai giovani cristiani la possibilità di allacciare delle amicizie con i cristiani di altre tradizioni, leggere con loro il Vangelo e con loro pregare, in modo da comprendere e apprezzare meglio i loro doni.”. Si parla di veglie, di pellegrinaggi ecumenici, di campi scuola in comune, di scambi tra università (anche teologiche!), scuole cristiane, movimenti giovanili. Stoccarda insegna.! Anche i nostri gemellaggi ecumenici tra parrocchie e monasteri cristiani d’Europa, anche geograficamente lontani ,per dar vita in modo non sporadico a piste di fraternità e favorire legami di conoscenza, preghiera, dialogo e collaborazione reciproca senza toccare il dialogo teologico da farsi nelle sedi proprie, senza alcuna forma di proselitismo, nel pieno rispetto della tradizione di ciascuno possono aiutare a realizzare quelle indicazioni pastorali!
Un ecumenismo della carità fatta assieme e non da soli
In questa nuova stagione ecumenica sicuramente abbiamo tante opportunità di vivere la carità ecclesiale con le altre chiese e comunità come segno di una unità nell’amore . Una carità ecclesiale di stampo ecumenico che è suggerita dalla Charta Oecumenica, e per noi cattolici anche dalla seconda parte dell’enciclica “ Deus Caritas Est” di Benedetto XVI che illumina il valore e la bellezza della carità ecclesiale. “ L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele ma anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore(20)” Come non intravedere in queste parole del Santo Padre una carità missionaria ed anche ecumenica ? I riferimenti ai primi secoli del cristianesimo, la istituzione della diaconia come parte essenziale della Chiesa, la figura del diacono Lorenzo come grande esponente della carità ecclesiale nella Chiesa di Roma, il riferimento impressionante a Giuliano l’Apostata , sono uno stimolo attualissimo per l’ecumene cristiana a trovare vie sempre più condivise di una carità ecclesiale nelle Chiese e tra Chiese cristiane. Tra l’altro scrive il Papa:” Anche nella Chiesa cattolica e in altre Chiese e Comunità ecclesiali sono sorte nuove forme di attività caritativa, e ne sono riapparse di antiche con slancio rinnovato. Sono forme nelle quali si riesce spesso a costituire un felice legame tra evangelizzazione e opere di carità. Desidero qui confermare esplicitamente quello che il mio grande Predecessore Giovanni Paolo II ha scritto nella sua Enciclica Sollicitudo rei socialis,[28] quando ha dichiarato la disponibilità della Chiesa cattolica a collaborare con le Organizzazioni caritative di queste Chiese e Comunità, poiché noi tutti siamo mossi dalla medesima motivazione fondamentale e abbiamo davanti agli occhi il medesimo scopo: un vero umanesimo, che riconosce nell’uomo l’immagine di Dio e vuole aiutarlo a realizzare una vita conforme a questa dignità. L’Enciclica Ut unum sint ha poi ancora una volta sottolineato che, per uno sviluppo del mondo verso il meglio, è necessaria la voce comune dei cristiani, il loro impegno « per il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, specie dei poveri, degli umiliati e degli indifesi ».[29] Vorrei qui esprimere la mia gioia per il fatto che questo desiderio abbia trovato in tutto il mondo una larga eco in numerose iniziative.”
A questa eco e a queste iniziative possiamo unirci dopo Sibiu per far nascere tra Chiese cristiane una carità ecumenica assumendoci insieme l’imperativo evangelico della carità non solo come singoli ma anche come comunità ecclesiali. Questa carità ecclesiale vissuta radicalmente nelle Chiese e tra le Chiese rende più facile e credibile la carità dei cristiani verso tutti nella ricerca della giustizia, nella difesa della pace, nella salvaguardia del creato, termini che sono risuonati con forza a Graz e recentemente a Sibiu hanno trovato l’adesione profonda si tutti i cristiani d’Europa. Forse proprio da qui, se tradurremo le raccomandazione del documento finale sulla carità in segni concreti di vita, potrà aprirsi una nuova stagione tra i cristiani.

L’esperienza di Sibiu

Cosa resta di Sibiu? Troppo recente l’avvenimento per trarne conclusioni o intuizioni di nuovi percorsi. Ogni evento ecclesiale è di per sé un dono dello Spirito e può, come la Charta Oecumenica, aprire strade che vanno al di la dei documenti e delle sintesi e delle emozioni. Resta la gioia unica di esserci riconosciuti come fratelli e sorelle in Cristo e di aver potuto pregare tutti assieme a dieci anni da Graz e di aver sentito nel cuore che ci vogliamo veramente bene nel rispetto verso le differenze di ciascuno. E’ intatta la passione per l’unità con una maggiore consapevolezza delle difficoltà; sono stati belli i momenti di preghiera e il coinvolgimento dei giovani e la comunione schietta tra pastori e fedeli. Quali sottolineature sembrano più gravide di futuro? Sicuramente quella di un Europa cristiana accogliente, inclusiva e non esclusiva, capace di non avere paura e non alzare nuovi muri di separazione, un Europa in cui i cristiani non vivano per se stessi ma sappiano aprirsi coraggiosamente alle grandi sfide della globalizzazione . Si avvertiva una adesione forte e convinta da parte di tutti a Sibiu. Anche di qui, ricordando la storia bimillenaria del cristianesimo europeo, potrebbe nascere un forte impegno ecumenico! Un altro aspetto fortemente sottolineato da tutta l’assemblea è il necessario legame tra Europa e Africa come due continenti contigui e l’urgenza assoluta per i cristiani d’Europa di non abbandonare l’Africa al suo destino ma con tutti i mezzi sostenerla nel suo cammino verso una vita libera e giusta. Qualcuno ipotizzava che la quarta assemblea possa essere una finestra sul continente africano! La salvaguardia del creato ed uno sviluppo sostenibile sembra ormai un punto di non ritorno per le Chiese d’Europa anche perché il documento finale ha fatta propria l’iniziativa del patriarcato ecumenico ortodosso di un mese intero in cui tutti i cristiani del continente pregano e riflettono su questo tema.
Da un punto di vista strettamente ecclesiale ?
Qualcuno ha fatto notare una sproporzione di consensi tra i temi strettamente ecclesiali e quelli sociali e caritativi. Tutta l’assemblea era stata strutturata sulla Charta Oecumenica ed anche le conclusioni hanno invitato a prenderla in mano per viverne le potenzialità. Una riconferma del valore della Charta e della necessità di metterla in pratica ben sapendo che alcune chiese gli avevano riservato una accoglienza assi ridotta e distratta. Se da Sibiu torniamo con questo proposito non c’è dubbio che anche ecclesialmente facciamo un passo avanti.
L’urgenza di un reciproco riconoscimento del battesimo potrebbe essere una prossima meta ecumenica non piccola e gravida di prospettive. L’attenzione ai giovani di tutte le Confessioni presenti alla Assemblea e la pubblicazione del loro documento accanto a quello ufficiale è stato un segno di grande stima e attenzione alla loro presenza (www.eea3.com). Anche se numericamente non erano tantissimi, ma tutti pronti e motivati, per i giovani cristiani europei Sibiu potrebbe essere un ideale passaggio di testimone e se in essi matura la passione dell’unità e la sapranno trasfondere nelle rispettive comunità cristiane, potranno davvero dar vita ad una nuova stagione ecumenica.

Alcune suggestioni pastorali ecumeniche in ordine ai sacramenti della iniziazione cristiana a partire dal recente vademecum del Card. Kasper “Ecumenismo Spirituale” .

La situazione nella nostra regione.

Credo che dovremmo considerare le migliaia di fratelli cristiani di diversa Confessione presenti in regione come una grande risorsa spirituale ed una grande sfida ecumenica, un laboratorio pastorale per l’Europa cristiana del prossimo futuro. La gran parte di loro appartiene alla tradizione ortodossa, stanno nascendo molte parrocchie da parte dei diversi patriarcati, c’è una crescente richiesta di ospitalità a livello di luoghi di culto e sono ormai tanti i matrimoni misti tra cattolici e ortodossi. Tutto questo ci chiede sapienza e coraggio ed uno stile aperto e fraterno che potrà, nel prossimo futuro, aprire strade per pensare cammini catecumenali comuni, conoscere le reciproche ricchezze teologiche e liturgiche in ordine alla iniziazione cristiana, sostenere le famiglie dei matrimoni misti. Il tema del reciproco riconoscimento del battesimo tra Chiese cristiane si rivela sempre più necessario anche nella nostra regione. L’urgenza è data dal fatto che spesso accade che un cristiano di Confessione cattolica che in seguito ad una scelta personale sofferta passa ad altra Confessione in alcuni casi gli viene richiesto di ribattezzarsi e questo costituisce una ferita dolorosissima nel nostro percorso ecumenico. Personalmente non mi risulta che comunità cattoliche abbiano chiesto di ribattezzarsi a fratelli e sorelle di altra Confessione che, dopo una scelta matura e libera da ogni forma anche larvata di proselitismo, avevano chiesto di entrare nella comunione cattolica. Ma anche in assenza di questi gesti che negano in radice ogni forma di comunione, il non reciproco riconoscimento del battesimo non aiuta i cristiani ad immaginare percorsi comuni di iniziazione cristiana in prospettiva ecumenica.

crescere nella comunione senza forma alcuna di “proselitismo”

La Chiesa cattolica, pur riaffermando il diritto sacrosanto della libertà religiosa per ognuno secondo coscienza e di poter scegliere e praticare liberamente la propria fede, non incoraggia nessuna forma anche larvata di proselitismo da parte di cattolici nei confronti dei cristiani ortodossi e riformati che sono tra noi e la stessa cosa chiede ai fratelli delle diverse confessioni che vengono a contatto con battezzati nella Chiesa cattolica. Ogni volta che entriamo in contatto con singoli o famiglie di diversa Confessione dovremmo sottolineare che si tratta di fratelli e sorelle dell’unica chiesa di Cristo, anche se a motivo delle nostre divisioni, non siamo pienamente uniti . Sarà nostro dovere aiutarli a prendere contatto con le loro rispettive comunità della diaspora , con i loro sacerdoti o pastori più vicini alla nostra diocesi. Questa prassi è forse la sorgente più feconda di un vero ecumenismo spirituale.
Qualora alcuni fratelli e sorelle cristiani ortodossi non siano praticanti e desiderino inserirsi nella comunità cattolica, sarebbe bene avviare con ciascuno di loro un dialogo spirituale delicato per comprendere la loro storia religiosa e le motivazioni che li spingono a questa scelta. Occorre tener presente che i fratelli e le sorelle anche battezzati che hanno vissuto durante il periodo comunista, in genere non hanno avuto alcuna possibilità di approfondire la loro fede ortodossa e pur dicendosi cristiani ortodossi non hanno avuto una educazione cristiana, per cui all’inizio non fanno alcuna difficoltà o distinzione a partecipare alla vita della Chiesa cattolica. Vanno aiutati a conoscere la loro tradizione in modo che possano fare una scelta più consapevole e comunque aiutarli a non perdere la ricchezza della propria tradizione. Qualora per ragioni particolari i figlioli battezzati ortodossi si uniscono ai nostri gruppi di catechesi, questo va fatto con una adeguata istruzione dei catechisti. In ogni caso occorre tener bene presente che essi hanno già validamente ricevuto i sacramenti della iniziazione e non vanno ridati ma semplicemente aiutati a prenderne coscienza. Per quanto riguarda la Confermazione l’offesa più grave che una comunità cattolica possa fare ad una Chiesa Ortodossa è quella di riammettere al sacramento della Confermazione un figlio battezzato. Questo sarebbe davvero grave e credo che solo per ignoranza potrebbe essere accaduto in casi sporadici e nei primi anni della immigrazione dell’est Europa. Questo stile pastorale che esclude ogni forma diretta e indiretta di proselitismo confessionale viene certamente percepito anche nei paesi di provenienza, dal Patriarca, ai Vescovi e ai sacerdoti, creando una nuova mentalità anche nei riguardi “dell’occidente cristiano” come sperimentiamo sempre nei nostri incontri ecumenici a livello europeo.

L’ospitalità nelle nostre chiese per la Divina Liturgia e i Sacramenti

La richiesta di chiese e di ospitalità liturgica per la celebrazione dei sacramenti da parte della comunità ortodossa è considerato giustamente come un segno di fraternità che speriamo apra la strada ad una proficua collaborazione ecumenica. Oltre alla parrocchie stabili che già sono nate c’è una richiesta di poter avere luoghi di culto da parte delle varie chiese ortodosse. Abbiamo posto la domanda ai nostri Vescovi tramite il Vescovo che presiede la Commissione ecumenica regionale per avere un criterio comune sulle modalità concrete di accogliere queste richieste che permettono alle varie famiglie ortodosse di curare la vita spirituale dei loro fedeli. Aspettiamo alcuni criteri di discernimento. Un suggerimento è quello di offrire, specie nei centri più piccoli, luoghi di culto che le diverse Patriarchie ortodosse possano condividere alternandosi nelle celebrazioni. La soluzione attenta di queste esigenze, la possibilità di celebrare in modo decoroso e rispondente alla propria tradizione con iconostasi anche in legno e facilmente rimovibili, la fraternità ecclesiale che accompagnerà le celebrazioni nelle nostre chiesa o cappelle arricchirà la fraternità ecumenica, contribuirà ad una celebrazione più degna dei sacramenti della iniziazione per le comunità ortodosse in diaspora e potrebbe anche far scaturire una fattiva iniziazione cristiana in prospettiva ecumenica!

I matrimoni misti

I matrimoni di mista confessione sono sempre più frequenti nella nostra chiesa delle Marche specialmente tra lo sposo cattolico e la sposa ortodossa. Essi pongono non pochi problemi pastorali a partire dalla mancanza del reciproco riconoscimento del battesimo per cui non è possibile da un punto di vista giuridico celebrare un matrimonio di mista confessione non potendo avere lo stato libero ecclesiastico da parte della Chiesa di appartenenza. Sarebbe auspicabile arrivare presto a delle intese sul tipo di quelle esistenti tra la Chiesa cattolica e la Chiesa valdese in Italia. Essi comunque, come ricordava la Familiaris Consortio al n 78 , rappresentano una grande opportunità, sia in se stessi per il loro intrinseco valore, sia per l’apporto che possono dare al movimento ecumenico se sono capaci di vivere in modo fedele e creativo la loro vita familiare. Anche nella situazione attuale la loro preparazione potrebbe essere, anche in modo informale, ecumenica per aiutare ogni coniuge a comprendere meglio le convinzioni religiose del partner e ad approfondire l’eredità cristiana che essi condividono. Si potrebbero, di comune accordo con i sacerdoti e i pastori, costituire un gruppo di famiglie ecumeniche che regolarmente dopo il matrimonio si incontrino e di qui potrebbero anche scaturire orientamenti pratici per una iniziazione cristiana in prospettiva ecumenica dei loro figli. Si potrebbero costituire ambiti di lavoro pastorale a livello di Metropolia operando insieme la Commissione Ecumenica, il Servizio Migrantes e l’ufficio Famiglia .

I gemellaggi di fraternità tra parrocchie di diversa Confessione geograficamente lontane

Anche le nostre piste di fraternità tra parrocchie di diversa Confessione in Europa hanno dato un loro contributo ai sacramenti della iniziazione cristiana perché ci consentono di conoscere da vicino e in modo non sporadico la prassi sacramentale e lo stile della evangelizzazione delle singole Chiese. Dalle esperienze di questi dieci anni mi pare di poter cogliere che siamo ancora tutti un po’ in affanno rispetto ai cammini catecumenali e di iniziazione cristiana pur avvertendone tutti l’esigenza e la non rinviabilità pastorale. Mi pare anche di intravedere come in una Chiesa di minoranza, come lo sono la maggior parte in Europa, sia necessario una attenzione personalizzata al cammino spirituale delle persone come solo una seria iniziazione cristiana può offrire . In questo forse le Chiese anglicane e riformate prima di noi hanno affrontato il cambiamento culturale e sanno lavorare anche in piccoli gruppi con grande serietà e metodo pastorale. Lo scambio di notizie e le visite fraterne ci aiutano sempre a rimettere a fuoco l’annuncio del Vangelo in Europa e insieme ci confrontiamo con quale testimonianza e prassi di vita possiamo con l’aiuto dello Spirito rispondere alla grande sfida di una nuova evangelizzazione del vecchio continente. Inoltre il fatto che abbiamo tanti contatti spirituali con le Chiese “madri”, aiuta le comunità in “diaspora” della regione , sia riformate sia ortodosse, ad avviare subito un dialogo aperto fatto di simpatia e di stima reciproca.

Ecumenismo Spirituale tra Chiese cristiane

Prendo come traccia di alcune suggestioni pastorali in ordine alla iniziazione cristiana il libro recente del Card Kasper sull’ecumenismo spirituale che giustamente tutti consideriamo come l’anima di tutto il movimento ecumenico. Lui stesso dice che si tratta di esperienze stimolanti alle quali ha preso parte in prima persona o grazie dell’apporto di molte persone e gruppi nell’ambito della chiesa cattolica e non solo. Il libro offre una miniera di spunti e di possibilità tutte al positivo e mette in luce quanto siamo pastoralmente carenti in ordine alla dimensione ecumenica .
Vorrei semplicemente partire dal testo per cogliere alcune possibili suggestioni pastorali in ordine alla iniziazione cristiana in prospettiva ecumenica sia come servizio ecumenico alla preparazione dei catecumeni attuali e futuri, sia nella preparazione ai sacramenti della iniziazione cristiana collaborando tra chiese e comunità cristiane operanti nel territorio.
Mons. Giovanni Sartori che in questi giorni è tornato al Signore e a cui tutti siamo debitori in campo ecumenico, scrivendo la prefazione ad un libro di don Mario Florio docente dell’Istituto Teologico Marchigiano, dal titolo “Iniziazione cristiana in prospettiva ecumenica”, alcuni anni fa scriveva : “l’ecumenismo è una mentalità, un modo nuovo, più evangelico, quindi più elevato, di fare la verità,la verità che riguarda ogni campo della vita umana, prima ancora quello della vita cristiana ed ecclesiale. Esso ci provoca a ripensare un po’ tutti i settori della pastorale: dalla catechesi, alla liturgia,alla fraternità comunitaria, alla santità della famiglia.” Anche l’iniziazione cristiana può dunque essere pensata in prospettiva ecumenica sia immaginando cammini catecumenali comuni, sia collaborando con le famiglie di mista confessione, sia predisponendo incontri di formazione ecumenica a livello di catechisti e ministri nell’ambito del Coordinamento delle Chiese cristiane, sia avendo una mentalità ecumenica nei percorsi di iniziazione delle comunità cattoliche Il vademecum del Card Kasper sembra far suo lo stile della Charta Oecumenica che concludeva le riflessioni dicendo “noi ci impegniamo”; egli riassume in positivo le proposte con “I cristiani insieme possono”!

I cristiani insieme possono:

1. “Crescere nella Comunione”… con il reciproco riconoscimento del battesimo (ES pag.11-22)

Il Cardinale apre con il n° 17.a della Unitatis Redintegratio: “ Tutti quelli infatti che credono in Cristo ed hanno ricevuto debitamente il battesimo, sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta con la Chiesa cattolica” ed aggiunge che davvero, come amava dire il beato Papa Giovanni XXIII, ciò che li unisce è molto di più di ciò che li divide perché.. attraverso il battesimo nascono a vita nuova e sono uniti a Cristo.. e pertanto tutti cristiani vengono esortati a partecipare assieme ad attività spirituali, a far uso delle risorse comuni, a fare insieme ciò che è possibile sulla base del grado di comunione esistente. (UR 8 e ES 10) Anche nella Charta Oecumenica si chiede di operare, nella forza dello Spirito Santo, per l’unità visibile della Chiesa di Gesù Cristo nell’unica fede, che trova la sua espressione nel reciproco riconoscimento del battesimo e nella condivisione eucaristica, nonché nella testimonianza e nel servizio comune. Un tema urgente per evitare dolorose situazioni e per aprire una più proficua collaborazione in ordine alla iniziazione cristiana. Segni positivi in questo senso non mancano. Già la Plenaria 2004 presieduta dal card Kasper, ha evidenziato tra i segni positivi e le sfide ancora aperte il problema del reciproco riconoscimento del battesimo ed il ribattesimo di cattolici da parte di alcune Chiese e Comunità ecclesiali, quale dato di fatto o prassi seguita. A seguito della sua Plenaria 2001, il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani aveva inviato alle Conferenze Episcopali una presentazione delle direttive sul reciproco riconoscimento del battesimo che alcune di esse avevano emanato. La presentazione è stata anche pubblicata nel Bollettino del Dicastero (cfr Il reciproco riconoscimento del battesimo. Sintesi delle risposte delle Conferenze Episcopali – Documento di studio – Information Service, n. 109 [2002/I-II ]. Un altro segno positivo è di questi giorni: le due principali Chiese della Germania e altre undici comunità cristiane hanno firmato lo scorso 29 aprile un riconoscimento reciproco dei loro battesimi. Il Cardinale Karl Lehmann, Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il Vescovo luterano Wolfgang Huber e i rappresentanti di altre undici comunità confessionali hanno adottato un documento comune sul battesimo. Le Chiese firmatarie fanno parte della Comunità di Lavoro delle Chiese Cristiane (ACK). Finora i battesimi non erano riconosciuti reciprocamente se non da convenzioni stabilite tra diocesi e Chiese evangeliche regionali. L’iniziativa della nuova dichiarazione è partita dallo stesso parte Cardinale Walter Kasper e una commissione ha lavorato sul testo per tre anni. Il documento afferma: “Nonostante le differenze nella comprensione della Chiesa, esiste tra noi un accordo fondamentale sul battesimo. Per questo noi riconosciamo come compimento del battesimo ogni atto di immersione o di aspersione con l’acqua realizzato secondo la missione di Gesù, in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e ci rallegriamo per ogni persona che si battezza. Il battesimo così non può essere ripetuto”.
Nel nostro ambito regionale già nel 2001 subito dopo la firma della Charta Oecumenica nel secondo convegno ecumenico regionale di Loreto avevamo proposto di dar vita ad un osservatorio ecumenico sulla teologia e prassi battesimale e della iniziazione cristiana in Europa. Vorrei riproporre tale possibilità e suggerire la formazione di un gruppo di lavoro per avere una conoscenza aggiornata sia sui percorsi verso il reciproco riconoscimento del battesimo, sia sul modo di procedere delle Chiese a livello locale nella preparazione dei candidati al battesimo nel caso di neonati, fanciulli o adulti; una conoscenza aggiornata se vi sono in Europa esperienze ecumeniche in atto ispirate al modello catecumenale; una raccolta (anche on line) di strumenti catechetici e liturgici significativi per accompagnare la preparazione al battesimo e alla iniziazione cristiana e prassi mistagogica. Una lettura teologica di questi dati potrà contribuire a meglio comprendere le possibilità e le difficoltà che si incontrano verso il comune riconoscimento del battesimo. In attesa di questo riconoscimento possiamo preparare il terreno sul piano pastorale avviando una collaborazione rispettosa delle differenze e delle tradizioni di ciascuno.
2. Approfondire insieme la fede cristiana con le sante Scritture . ( ES pag. 23- 46)

Leggere, meditare, pregare assieme le Scritture tra cristiani anche divisi, rafforza il legame di unità esistente, li apre all’azione unificante di Dio, dà maggior forza alla loro testimonianza . (Direttorio 183). La Scrittura illumina e nutre i cristiani di tutte le tradizioni. In questo tutta la Chiesa è convocata a dare alla Parola di Dio un posto centrale nella vita e nella missione della Chiesa. Come?
Ovviamente nelle pagine del vademecum non si tocca direttamente il tema della iniziazione cristiana ma potremmo vedere se alcuni suggerimenti possono essere valorizzati qualora sia possibile una collaborazione ecumenica nella preparazione degli adulti o dei bambini ai sacramenti della iniziazione dal momento che, dopo aver riaffermato che secondo il Concilio la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, sottolinea che “ alcuni aspetti del mistero cristiano sono stati a volte messi in luce più efficacemente da altre Chiese o Comunità ecclesiali ed esorta a leggere e pregare insieme la Parola di Dio come “eccellente strumento” lungo il cammino dell’unità (ES n°14 , 18, 21)

Nel cammino catecumenale degli adulti, specie nelle famiglie di mista confessione, si potrebbero tenere delle lectio comuni con i sacerdoti e i pastori di Confessione diversa dalla cattolica; si possono suggerire liste di brani della sacra Scrittura su cui preparare i rispettivi candidati al battesimo degli adulti; meditare testi di autori delle varie tradizioni per cogliere la ricchezza di ciascuno in ordine al sacramento del battesimo; usare la stessa traduzione interconfessionale della Bibbia; promuovere catechesi comuni anche utilizzando strumenti comuni nelle radio e televisioni locali o tramite dvd, internet e altro, che mettano in luce i punti condivisi in ordine ai sacramenti della iniziazione cristiana e la ricchezza delle rispettive tradizioni; le comunità di una zona pastorale potrebbero in accordo con i sacerdoti e i pastori delle famiglie di diversa Confessione tenere incontri comuni di introduzione alla Sacra Scrittura per tutti i cristiani del territorio che lo desiderano specialmente per i giovani .
Il Cardinal Kasper riprende l’idea (ES pag 28) già sperimentata di una Domenica o di una Settimana della Bibbia: se ben preparata potrebbe essere il contenitore dentro cui vivere i momenti formativi comuni sempre in una delicatezza che escluda ogni forma anche sottile di proselitismo . Nella settimana della Bibbia sia i catecumeni, sia le famiglie di matrimoni misti possono ritrovarsi insieme per approfondire con la Parola di Dio la fede del loro battesimo!
Con i catecumeni o famiglie dei battezzandi che abbiano una base culturale e capacità critica si possono affrontare assieme la riflessione sull’ intimo rapporto tra Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione (UUS,79 e ES pag 29 ) e affrontare i testi della Sacra Scrittura che hanno dato origine a disaccordi e arricchirsi dei vari metodi di approccio alle Sacre Scritture da parte delle diverse Tradizioni per coglierne ricchezza e complementarietà. In particolare per noi è di grande interesse studiare la teologia e la prassi liturgica delle Chiese d’Oriente che hanno custodito la prassi antica di donare insieme i sacramenti della iniziazione ( Battesimo- Confermazione- Eucaristia) e poi i bimbi battezzati verso i 10 anni iniziano la pratica del sacramento della Riconciliazione.
Sarebbe certamente bello e possibile se, aiutandoci nei cammini catecumenali o di stampo catecumenale, fosse possibile impegnarsi in “una testimonianza comune per affrontare questioni e problematiche sollevate dalla società moderna in ordine alla morale, alla giustizia, alla pace.” (ES 30) Temi scottanti e di grande attualità e affrontarli assieme rafforza la testimonianza di fronte al mondo e , anche se in piccolo, aiuta tutta l’Europa a ritrovare le sue radici cristiane!

3. Maria , i martiri e i santi di tutte le confessioni nel catecumenato e nella mistagogia
(ES pag 37-46)

Il Card Martini in una visita alla cosiddetta casa di Maria ad Efeso parlava in un incontro confidenziale di Maria , la Teotoxos, che a sorpresa sarà sempre più la madre dell’unità, l’artefice dell’unità dei cristiani. Il Card Kasper nel suo vademecum cita la Redemptoris Mater (n 30) in cui si dice che Maria prega per l’unità e precede alla testa di un lungo corteo di testimoni della fede dell’unico Signore… e ricorda che molte comunità della tradizione riformata hanno una rinnovata attenzione a Maria ed in particolare la Comunione Anglicana . Anche nella nostra esperienza il Santuario della Madre di Dio a Loreto è stato il centro spirituale di molte iniziative ecumeniche accolte a braccia aperte dai nostri fratelli Anglicani, Riformati e Ortodossi. La Comunione tra i cristiani è già perfetta nei santi e nei giusti ed in modo speciale nei martiri che ,donando come Cristo la loro vita per amore, fanno diventare vicini quelli che un tempo erano i lontani ( Ef 2,13; UUS 84; ES 23). I santi sono quelli che hanno portato a compimento il loro battesimo, resi pienamente conformi a Cristo.

Come questo può essere tradotto nei percorsi comuni di iniziazione cristiana ?
Già da tempo la teologia e la devozione delle icone, specie quelle riguardanti la madre di Dio, è divenuto patrimonio della Chiesa cattolica attinto dalle chiese orientali e alcune di loro sono preziose anche per la catechesi battesimale e per la mistagogia successiva. Come l’icona della madre di Dio Odigitria che indica la via per adempiere fedelmente i comandamenti del Signore. Ogni consegna o preghiera davanti all’icona dovrebbe essere accompagnata da una nota ecumenica per aiutare i neofiti a cogliere la ricchezza pittorica e liturgica della tradizione ortodossa in ordine alla madre di Dio. Così la preghiera del Rosario e l’Acatistos vanno donate ai neofiti per essere sostenuti da Maria nella loro nuova vita in Cristo!
Per quanto riguarda i martiri e i santi abbiamo da tempo lanciato una idea che potrebbe essere raccolta: quella di raccogliere delle brevi autobiografie di santi e martiri di diversa Confessione e queste potrebbero essere scritte soprattutto tenendo presente chi viene iniziato alla fede cristiana affinché scopra ciò che l’unico Spirito suscita nella santa Chiesa in tutte le Confessioni.
Forse uno studio attento dei liturgisti potrebbe esaminare se, dopo la grande preghiera al Colosseo del Papa Giovanni Paolo nell’anno Giubilare in cui sono stati ricordati i santi e i martiri delle diverse confessioni, anche martiri di altra Confessione, documentati e riconosciuti tali dalle Chiese di provenienza, possano essere inserititi nelle liste delle litanie dei santi che precedono il battesimo nella liturgia cattolica. Il cardinale esorta nel suo vademecum a pubblicare ecumenicamente a livello locale o regionale registri aggiornati e note biografiche relative a recenti testimonianze di fede fino alla morte( ES pag 43) e a ripetere ciò che fece in modo insuperabile il Servo di Dio Giovanni Paolo secondo il 7 maggio 2000 al Colosseo, puntando ad una stesura ampia di un nuovo martirologio ecumenico sulla scia di quello edito dalla Comunità ecumenica di Bose. Possono sembrare piccoli segni ma , se attuati, avrebbero un grande valore educativo e simbolico.

4. Preghiera comune e memoria congiunta del battesimo (pag 47-61. 66-75)

La preghiera del Signore è la preghiera dei battezzati e dice il vademecum dovrebbe diventare la preghiera comune dei cristiani che rendono grazie al Padre che li ha adottati come figli. E aggiunge: “per questa ragione, malgrado le divisioni questa preghiera rimane bene comune di tutti i cristiani e una pressante esortazione a pregare per la loro unità ”. ( CCC 2791; ES 26 ) Si dice che la Chiesa cattolica incoraggia i cristiani alla preghiera comune specie incentrata sul battesimo quale vincolo sacramentale dell’unità.(UR 22). Il Battesimo è il primo sacramento della salvezza per mezzo del quale la persona diventa cristiana, è incorporata a Cristo e alla sua Chiesa, il sacramento che costituisce il fondamento della comunione tra cristiani. Per questo motivo – è scritto- esistono importanti possibilità di ecumenismo spirituale in relazione a questo sacramento. Quando i cristiani riscoprono insieme il mistero e le ricchezze spirituali del loro battesimo, si avvicinano maggiormente a Gesù Cristo e gli uni agli altri, diventano più consapevoli della loro appartenenza all’unico Corpo si Cristo e della loro comune vocazione. Il reciproco riconoscimento del battesimo permette loro di riunirsi in celebrazioni che affermano o fanno memoria della grazia del battesimo.

Quali conseguenze trarre da queste intuizioni? Si dice nel testo che già in molte parti del mondo tali segni di comune memoria del battesimo sono stati introdotti. Alcune intuizioni vengono suggerite direttamente dal vademecum, altre potremmo prospettarle come suggestioni pastorali.
Per quatto riguarda la preghiera del Signore, sarebbe bello poterla consegnare assieme ai catecumeni o ai futuri battezzandi di diversa Confessione che con coraggio abbiano pensato a momenti di preghiera comune in vista del sacramento . Lo stesso potrebbe dirsi della Consegna del Credo, sia quello apostolico sia quello niceno costantinopilitano che può essere rettamente proclamato omettendo il “filioque”.
Per quanto riguarda il battesimo, dal momento che il testo suggerisce con convinzione incontri di preghiera che facciano memoria del battesimo ricevuto, quasi una sorta di mistagogia ecumenica, mi pare che implicitamente si favoriscano dei momenti anche nel tempo della preparazione ai sacramenti della iniziazione cristiana. Si suggerisce tra l’altro di valorizzare la festa del Battesimo del Signore, il tempo liturgico di Pasqua e Pentecoste come occasione propizia per una catechesi comune sul mistero e i frutti del battesimo, utilizzando i documenti ecumenici sui sacramenti della iniziazione elaborati negli ultimi decenni.
Il vademecum offre immense opportunità nel corso dell’anno liturgico e all’interno di queste si può intravedere un percorso ecumenico di iniziazione cristiana specie per giovani catecumeni delle diverse confessioni cristiane. (ES 41-44) Un elenco straordinario che vale la pena di leggere con un animo pastorale aperto e creativo.
Partendo dalla settimana di preghiera per l’unità ( 18 –25 gennaio) che dovrebbe vedere tutte le componenti della Chiesa uniti con le altre Chiese e Comunità ecclesiali potrebbero essere individuati alcuni appuntamenti ecumenici legati ai sacramenti della iniziazione.
A fine gennaio il vademecum suggerisce la domenica della Bibbia e quello potrebbe offrire l’opportunità per una comune celebrazione della parola e magari consegnando la Bibbia nella sua traduzione interconfessionale ai catecumeni o ai genitori dei battezzandi specie al gruppo di famiglie di mista confessione o ai neofiti che hanno iniziato il tempo della mistagogia.
La prima domenica di quaresima secondo il calendario ortodosso è la domenica della Ortodossia e potrebbe essere l’occasione per pregare per tutte le Chiese ortodosse e iniziare assieme le pratiche della quaresima e proporre alcuni temi comuni di riflessione durante la quaresima che potrebbero essere tutti incentrati sui temi della iniziazione cristiana e potrebbero essere uniti da un comune gesto di carità quaresimale nei confronti di una comunità che versa nel bisogno o di una necessità scelta in comune tra tutti come alcune Metropolie già fanno da alcuni anni in occasione delle Veglie ecumeniche.
Il cardinale arriva a suggerire una proposta davvero coraggiosa che potrebbe essere il momento culminante di una quaresima vissuta assieme da tutti i cristiani: un servizio comune basato su letture bibliche relative al perdono e alla misericordia come preparazione alla Confessione personale dei peccati che poi ognuno va a ricevere da un ministro della propria Chiesa .( ES 41)
Un altro appuntamento importante è la festa della salvaguardia del creato in primavera o in settembre che suggerita dal patriarca di Costantinopoli la Chiesa cattolica ha fatto propria: una occasione preziosa per ricuperare la comune tensione di tutti i battezzati per il bene comune, la ricerca della pace e la salvaguardia del creato.
Anche la Giornata della Riforma offre ai battezzati cattolici e ortodossi la possibilità di farsi vicini ai fratelli della tradizione riformata e riconciliare le memorie a volte dolorose e arricchirsi dei doni della loro esperienza di fede. La riconciliazione delle memorie presuppone la memoria storica . Anche in quel contesto sarà possibile quell’ accostarsi assieme alle Sante Scritture così caldamente raccomandato dal vademecum.

5. Il digiuno eucaristico ferita aperta delle nostre divisioni (pag. 62-65)

Poiché per le chiese cattoliche e ortodosse la comunione eucaristica e la comunione ecclesiale sono intimamente legate l’una all’altra non è possibile celebrare tutti assieme l’unica Eucaristia del Signore anche se i fratelli riformati la considerano una meta irrinunciabile del percorso ecumenico. Il digiuno eucaristico, ferita aperta delle nostre divisioni, non può non scuoterci tutti a cercare l’unità dei cristiani approfondendo le verità di fede non negoziabili e la comprensione stessa del mistero della Cena del Signore.
Nel frattempo la chiesa cattolica si lascia guidare da due criteri complementari : manifestazione dell’unità della Chiesa che vieta la comunicazione eucaristica e la partecipazione ai mezzi della grazia che invece la raccomanda.
Per quanto riguarda la nostra Chiesa ecco i criteri: permette ai ministri cattolici di dare in alcune circostanze la santa comunione ad altri cristiani, sotto l’autorità del vescovo locale, anche ai cristiani riformati se manifestano la stessa nostra fede in ordine al sacramento. I cristiani cattolici possono in alcuni casi ricevere l’Eucaristia da altre Chiese cristiane che secondo la teologia cattolica celebrano “validamente” l’Eucaristia.
Per quanto riguarda l’iniziazione cristiana questa ferita aperta rimane ma potrebbe diventare anche un invito ai catecumeni e ai neofiti a pregare incessantemente perché il Signore voglia abbreviare questi giorni e condurci a celebrare tutti assieme all’unica mensa del Signore.
Potrebbe essere anche di grande aiuto ed edificazione, come ho potuto constatare personalmente in questi anni grazie ai molteplici gemellaggi ecumenici, partecipare senza comunione alla divina liturgia e al culto dei fratelli ortodossi e riformati perché si riceve una singolare grazia eucaristica sperimentando la bellezza e l’intensità di fede con cui tutti i cristiani celebrano la santa Cena. Per questo ritengo che la reciproca ospitalità eucaristica sia una grande grazia del Signore che stimola tutti i battezzati a discernere il corpo e il sangue del Signore (1Cor 11). In particolare credo che nella iniziazione cristiana degli adulti sia necessario aiutarli ( anche attraverso pellegrinaggi ecumenici come in regione più volte abbiamo vissuto in Assisi e nella terra del Signore) a conoscere le diverse tradizioni liturgiche delle Chiese in ordine alla Divina Eucaristia.
In questo tempo di digiuno eucaristico le Chiese anglicane e ortodosse hanno all’interno della loro azione liturgica dei segni belli e importanti ai quali i fratelli di diversa Confessione possono unirsi.
I fratelli della tradizione anglicana hanno il segno della benedizione durante la comunione: essi invitano i fratelli di altre confessioni ai quali la disciplina canonica impedisce di accostarsi alla Comunione di avvicinarsi a ricevere la benedizione da parte di colui che presiede la celebrazione.
Nella Divina Liturgia ortodossa si spezza il pane della fraternità che ai fedeli viene donato alla fine della Messa prima delle preghiere conclusive e ai ministri che assistono alla divina Liturgia accanto all’altare al di la della iconostasi subito dopo la Comunione dei Concelebranti, assieme ad una bevanda calda, come segno di profonda comunione in Cristo pur non potendo celebrare assieme la Santa Eucaristia. Sarebbe bello se, nel rispetto della nostra tradizione e in sintonia con la Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI , si possa studiare un segno di comunione non sacramentale quando fratelli e sorelle di diversa confessione partecipano alla “nostra” Eucaristia. Forse si potrebbe imparare dalle altre Confessioni e arricchire la nostra comunione spirituale.

6. Diaconia e testimonianza comune (pag. 76-93)

Già nel primo convegno dopo la Charta Oecumenica avevamo lanciato l’idea di monitorare in Europa i diversi modi con cui le chiese preparano e vivono l’iniziazione cristiana. Non è stato facile dare un seguito a quella iniziativa che ora viene indirettamente riproposta dal vademecum quando dice che è molto utile scambiarci informazioni su particolari programmi pastorale indicando la catechesi e la formazione permanente. Credo che siano prioritari quei programmi pastorali che riguardano il primo annuncio del vangelo in una Europa secolarizzata . Quello che abbiamo colto nei nostri incontri tra le chiese è la preoccupazione condivisa da tutte le chiese cristiane. A livello europeo potremo chiedere l’aiuto dell’Istituto Teologico Marchigiano invitandolo a prendere in mano questa ricerca sui percorsi teologici liturgici ed educativi che le Chiese cristiane d’Europa stanno mettendo in atto all’inizio del nuovo millennio? Una ricerca che sono certo potrebbe riservare sviluppi interessanti anche nelle Chiese riformate dove vi sono esperienze molto diversificate ed interessanti . A livello regionale potrebbe essere il tema dei prossimi incontri del Coordinamento delle Chiese cristiane delle marche che da anni ogni trimestre si riunisce in modo informale.
Queste suggestioni pastorali per una iniziazione cristiana in prospettiva ecumenica sono rivolte a tutti i possibili operatori pastorali a partire dai sacerdoti e dai diaconi che in molti casi fanno ancora fatica ad aprirsi alla dimensione ecumenica come già un <<vecchio>> documento del Pontificio Consiglio per l’Unità esigeva ( La dimensione ecumenica nella formazione di chi si dedica al ministero pastorale, 1995); si rivolgono ai monasteri e alle case religiose che possono intraprendere veri e propri gemellaggi ecumenici di fraternità; ai giovani e ai giovani ministri in modo tutto speciale perché essi potranno vedere i frutti che oggi si stanno seminando in campo ecumenico. Anche in ordine alla iniziazione cristiana. In questo senso le ultime pagine del vademecum sono toccanti per chi ha a cuore il futuro delle Chiese cristiane in Europa e vorrei riprenderle in gran parte. “ Ogni nuova generazione di giovani cristiani riceve in eredità il fardello delle divisioni del passato..Pertanto è di capitale importanza offrire ai giovani cristiani la possibilità di allacciare delle amicizie con i cristiani di altre tradizioni,leggere con loro il Vangelo e con loro pregare, in modo da comprendere e apprezzare meglio i loro doni. Per quanto piccole e marginali, tali esperienze condivise sono un reale passo verso una maggiore unità tra i cristiani” . Si parla di veglie, di pellegrinaggi ecumenici, di campi scuola in comune, di scambi tra università (anche teologiche!), scuole cristiane, movimenti giovanili. Stoccarda insegna. Non sono i giovani dei battezzati in continua riscoperta dei sacramenti della iniziazione cristiana?
Anche la terza assemblea pancristiana europea di Sibiu nel prossimo settembre dove speriamo una cinquantina di giovani della regione possano essere presenti con la benedizione del Santo Padre al termine dell’Agora di Loreto, potrà essere un segno in linea con queste autorevoli indicazioni.

IIIa assemblea ecumenica europea – Sibiu (Romania) 4-9 settembre 2007

Per capire come si è arrivati alla IIIa assemblea ecumenica europea di Sibiu, in Romania, svoltasi dal 4 al 9 settembre 2007, occorre ripercorrere le tristi vicende delle separazioni delle chiese cristiane nel corso dei secoli.
All’anno 1054 si fa risalire la prima separazione, quella fra chiese d’oriente e chiese d’occidente, con la nascita della chiesa ortodossa e quella cattolica. Con le 95 tesi appese da Martin Lutero alla porta della chiesa di Wittenberg in Germania prende avvio la riforma protestante, attorno alla metà del XVI secolo. Già quattro secoli prima, però, Pietro Valdo, contemporaneo di S. Francesco, aveva avviato il movimento religioso che oggi si chiama Chiesa Valdese e aderisce alle chiese della riforma.
Secoli di scomuniche, anatemi ed anche guerre e sangue, perfino dentro il Santo Sepolcro a Gerusalemme, non erano facili da superare, e solo lo Spirito Santo poteva riuscire in questa impresa. Spirito Santo che soffiò abbondante in Papa Giovanni XXIII che indisse quel Concilio Ecumenico Vaticano II° che era destinato a portare una grande trasformazione nella chiesa cattolica. Dal Concilio nasce una visione profondamente diversa delle altre chiese cristiane e può prendere finalmente avvio il cammino ecumenico: simbolo di tale nuovo corso è il famoso abbraccio, nel 1967, fra Paolo VI e il patriarca ortodosso Atenagora. Con la dichiarazione del 1965 Nostra Aetate, sulle relazioni della chiesa cattolica con le religioni non-cristiane, si era poi aperto anche il dialogo interreligioso, che Giovanni Paolo II° ha sviluppato, a partire dal 1986, con gli incontri di Assisi delle religioni per la pace.
Pionere, in Italia, del cammino ecumenico è stato senz’altro il SAE, Servizio Attività Ecumeniche, che con Maria Vingiani e il teologo Luigi Sartori, scomparso di recente, hanno garantito un continuo dialogo e una sincera amicizia fra le chiese cristiane in Italia.
L’ecumenismo è proseguito per decenni tramite il lavoro di commissioni teologiche miste dalle quali, però, sono scaturite ben pochi passi avanti. Il salto di qualità si ha a Vancouver, in Canada, nel 1983, quando la CEC, Conferenza delle Chiese Europee, intuisce che parallelamente al lavoro delle commissioni teologiche occorre avviare anche quello che fu chiamato “processo conciliare di impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato”. Se infatti il cammino verso la piena unità delle chiese è ancora lungo e faticoso, nulla impedisce che da subito i cristiani lavorino assieme, uniti, sui grandi temi della fede, quelli che San Paolo ricorda nella lettera ai Romani, al capitolo 14, così esprimendosi: “17Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo”.
È così che sulla base del comune impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato la CEC, cui non aderisce la chiesa cattolica, e la CCEE, Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee della chiesa cattolica, decidono di organizzare la prima assemblea ecumenica dei cristiani d’Europa a Basilea, in Svizzera, nel maggio del 1989, mettendo a tema “Pace nella giustizia”. Circa 700 delegati di tutta Europa, in gran parte laici e giovani ma anche vescovi, preti e religiosi, affrontano con passione i temi assegnati e producono un documento finale di grande incoraggiamento e sostegno ai cristiani impegnati nella pace. Pochi mesi dopo crollerà il muro di Berlino: di quell’avvenimento così scrisse nel 1991 Giovanni Paolo II° nella Centesimus Annus “Sembrava che l’ordine europeo, uscito dalla seconda guerra mondiale, … potesse essere scosso soltanto da un’altra guerra. È stato, invece, superato dall’impegno non-violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci di rendere testimonianza alla verità”. Quella forza nonviolenta, quella capacità di rendere testimonianza, fu certamente sostenuta e incoraggiata dal documento finale di Basilea.
Quando poi, all’inizio degli anni ’90, scoppia nel cuore dell’Europa la terribile guerra nella ex Jugoslavia, i cristiani sembrano smarriti ed incapaci di parlare con una sola voce di pace e nonviolenza, tanto che nella seconda assemblea ecumenica a Graz, in Austria, nel giugno del 1997, il Vescovo di Banja Luka, con la voce rotta dall’emozione, fece una straordinaria confessione di peccato ammettendo che le chiese cristiane avevano tradito il Vangelo non opponendosi alla guerra ed anzi spesso giustificandola, lasciando i cristiani andare in guerra ad uccidersi l’un l’altro. Il documento finale di Graz, dove il tema era “Riconciliazione: dono di Dio e sorgente di vita nuova”, risente fortemente della situazione nell’ex Jugoslavia e assume impegni e azioni di grande spessore in ordine alla giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, “incoraggiando il disarmo e lo sviluppo di una gestione nonviolenta dei conflitti … e la completa eliminazione delle armi nucleari”, chiedendo la cancellazione dei debiti dei paesi poveri e misure immediate per “invertire l’attuale tendenza verso la distruzione ecologica e l’esaurimento delle risorse mondiali”. Frutto di Graz è anche l’impegno a sottoscrivere una carta comune dei cristiani d’Europa, sottoscritta poi a Strasburgo nel 2001 col nome di “Charta Oecumenica”, e la decisione di individuare una giornata all’anno, in Italia il primo settembre, dedicata alla salvaguardia del creato.
La terza assemblea ecumenica europea di Sibiu (Romania, 4-9 settembre 2007) prevedeva la presenza attiva solo dei delegati, circa 1500, ma è stata seguita anche da alcune migliaia di cristiani che hanno voluto recarsi nella bellissima città romena per sostenere ed incoraggiare il lavoro dei delegati. Il clima ecumenico verso Sibiu era stato rovinato dal recente documento della Congregazione per la Dottrina della fede: di questa ferita si è fatto carico il massimo esponente della chiesa cattolica presente a Sibiu, il card. Kasper, che ha riconosciuto che il dolore che tale documento aveva provocato alle altre chiese era anche il suo dolore e che occorreva guardare avanti sapendo che il cammino sarà difficile ma consapevoli anche che ”all’ecumenismo non c’è alternativa”.
Il documento finale di Sibiu, se guardato alla luce di queste difficoltà appare accettabile e in qualche modo ricuce lo strappo operato, ma se guardato alla luce delle immense sfide cui l’umanità è posta innanzi in ordine alla giustizia, la pace e la salvaguardia del creato appare un passo indietro rispetto a Graz. Non c’è un impegno comune dei cristiani per mettere al bando almeno le armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche, batteriologiche), non c’è un rifiuto del sistema militare e l’assunzione di mezzi nonviolenti, non c’è un chiaro impegno a cambiare il modello di sviluppo che produce miseria e distruzione dell’ambiente. Molto più incisiva è apparsa la proposta del Vescovo di Terni Vincenzo Paglia, responsabile per l’ecumenismo della conferenza episcopale italiana, che nel suo intervento a conclusione dell’assemblea ha proposto un impegno dei cristiani d’Europa per mettere la guerra fuori dell’ordinamento giuridico.
In definitiva, se ancora a livello di capi delle chiese c’è resistenza ad accelerare il cammino verso la piena unità, nella base il desiderio di sentirsi una sola chiesa è molto forte e sempre più radicato: il grido “Unitade, Unitade” che aveva caratterizzato la visita in Romania di Giovanni Paolo II° qualche anno fa è risuonato nuovamente nella Piazza Uniri di Sibiu, dove centinaia di cristiani hanno unito le mani per chiedere ai capi delle Chiese cristiane di accelerare il cammino verso la piena unità. Speriamo che questo grido non rimanga inascoltato.
Siamo ripartiti, sia chi da tanti anni è impegnato nel cammino ecumenico,sia chi vi si accostava per la prima volta, con le stesse convinzioni che il Card. Kasper ha espresso nel suo intervento di apertura all’assemblea di Sibiu: “viviamo in chiese separate. … Questo è contro la volontà e il mandato di Gesù. … è una contraddizione alla volontà di Gesù perciò una espressione del peccato. … All’ecumenismo non c’è alternativa responsabile … La questione dell’unità deve inquietarci; essa deve ardere dentro di noi. … Noi ci conosciamo ancora troppo poco, e per questo ci amiamo ancora troppo poco”.

Insieme sulle strade della fede

Viaggio di conoscenza e amicizia in occasione della III assemblea ecumenica europea

Anche se la terza assemblea ecumenica europea di Sibiu (Romania, 4-9 settembre 2007) prevedeva la presenza attiva solo dei delegati, i cristiani d’Europa erano invitati a parteciparvi organizzando nelle proprie comunità assemblee preparatorie e preghiere ecumeniche,ma anche pellegrinaggi di amicizia con le comunità cristiane di Romania, per poi ritrovarsi a Sibiu nei due giorni conclusivi. È così che una quarantina di persone provenienti dalle diocesi di Pesaro, Fano, e Urbino ma anche da altre città come Ancona, Senigallia, Arcevia, Ascoli Piceno e perfino Bologna, Roma e Novi Ligure, hanno deciso di recarsi in Romania per sostenere l’impegno ecumenico e rafforzare i legami di amicizia con le comunità cristiane di quel paese.
Il gruppo ha avuto la fortuna di essere accompagnato da tre romeni: Iosif, prete di rito greco-cattolico ma residente ad Arcevia, Constantin, diacono ortodosso residente a Pesaro e Gianina, fresca sposa ortodossa di un italiano cattolico di Monteguiduccio. La loro presenza ha facilitato di molto il gruppo negli incontri avuti. La visita ai numerosi monasteri della Moldova e Transilvania (Agapia, Humor, Voronet e Nocrich, dove vivono centinaia di monache, e quello di Neamt, maschile) ci ha colpito sia per la bellezza dei luoghi e gli affreschi delle pareti esterne che, soprattutto, per l’enorme presenza di monache e monaci, in un paese che uscito dagli anni bui del comunismo sembra vivere una stagione di grandi vocazioni monacali e sacerdotali. L’accoglienza è stata ovunque calda e fraterna. Non sono mancate le occasioni di incontri anche con le comunità protestanti, soprattutto di lingua tedesca come quella di Medias, e con quella greco cattolica, a Brasov e a Medias. Commovente l’accoglienza ricevuta da quest’ultima comunità: sotto una pioggia incessante ci hanno aspettato in duecento per più di un’ora, ci hanno accolto con grande amicizia e abbiamo potuto celebrare assieme nel bellissimo rito orientale di S. Giovanni Crisostomo. Al termine buonissimi dolci e bevande hanno rafforzato ulteriormente l’amicizia e la vicinanza con una comunità che vive momenti non facili ma sembra assai viva e ricca di vocazioni.
Dalla fine del comunismo ad oggi la Romania sta vivendo momenti di grande trasformazione, accentuati dalla recente entrata nella Unione Europea. Ci auguriamo che il popolo romeno sappia trovare una strada propria alla crescita economica e allo sviluppo industriale in cui si è avviata, riuscendo a coniugare tradizione e innovazione, città e campagna, sviluppo e salvaguardia del creato senza ripercorrere i tragici errori dell’occidente opulente. Ciò è importante anche in ordine alla fede, il cui più importante nemico è oggi rappresentato da un consumismo ed individualismo che rischia di minare alla base i valori di solidarietà, sobrietà e condivisione che legano ancora fortemente il popolo romeno.
Infine anche nella stessa Sibiu abbiamo vissuto momenti bellissimi di amicizia e vicinanza fra tutti i cristiani d’Europa: il grido “Unitade, Unitade” che aveva caratterizzato la visita in Romania di Giovanni Paolo II° qualche anno fa è risuonato nuovamente nella Piazza Uniri di Sibiu, dove centinaia di cristiani hanno unito le mani per chiedere ai capi delle Chiese cristiane di accelerare il cammino verso la piena unità. Speriamo che questo grido non rimanga inascoltato.
Siamo ripartiti, sia chi da tanti anni è impegnato nel cammino ecumenico,sia chi vi si accostava per la prima volta, con le stesse convinzioni che il Card. Kasher ha espresso nel suo intervento di apertura all’assemblea di Sibiu: “viviamo in chiese separate. … Questo è contro la volontà e il mandato di Gesù. … è una contraddizione alla volontà di Gesù perciò una espressione del peccato. … All’ecumenismo non c’è alternativa responsabile … La questione dell’unità deve inquietarci; essa deve ardere dentro di noi. … Noi ci conosciamo ancora troppo poco, e per questo ci amiamo ancora troppo poco”.
Questo viaggia ci ha aiutato a conoscerci un po’ di più e ad accrescere quindi l’amore vicendevole e il desiderio di sincera unità.

Viaggio in Romania

Carissimi,
dal 4 al 10 settembre 2007 si terrà a Sibiu (Romania) la Terza Assemblea Ecumenica Europea. Vi parteciperanno anche alcuni nostri delegati.
Abbiamo pensato di fare per tutti un Viaggio in Romania dal 3 al 10 settembre, comprese le celebrazioni ecumeniche a Sibiu dell’ 8 e 9 settembre.
Il programma è ancora provvisorio, ci stiamo lavorando. Il costo si aggira sui 450-500 euro. È URGENTE PRENOTARE L’AEREO.
Per i primi prenotati, probabilmente ci può essere uno sconto. Non si è certi che poi ci sia il posto per tutti.
Vi chiedo di affrettarvi a prenotare subito, inviandomi in settimana (14-20 maggio) i nominativi di quanti partecipano sicuramente, perché poi non si possono cambiare i nomi dei passeggeri.
Per informazioni: don Gesualdo, Senigallia: 335-5952418 – dongesualdo@virgilio.it / Milena, Pesaro: 347-856096 – milenazifa@libero.it

LUNEDÌ 3 SETTEMBRE
Ore 7.20 partenza da Bologna
Ore 10 arrivo aeroporto di TIRGU MURES; trasferimento a TIRGU NEAMT (250 km).
Pomeriggio: Incontro con la comunità. visita del monastero (la più grande comunità monastica femminile) con le pitture del pittore Grigorescu del XIX secolo.
Pernottamento presso il monastero di Agapia

MARTEDÌ 4 SETTEMBRE

Partenza per SUCEAVA per la visita ai più famosi monasteri della Moldavia: VORONET, del XV sec. detto “la Cappella Sistina dell’oriente”; MOLDOVITA del XVI sec., la piccola Moldova; SUCEVIZA del XVI sec., la piccola Suceava, HUMORULUI del XVI sec.
Cena e pernottamento ad Agapia.

MERCOLEDÌ 5 SETTEMBRE

Trasferimento a SIGHISOARA o dintorni (km. 250)
Visita ai castelli e chiese della Romania centrale.

GIOVEDÌ 6 SETTEMBRE
Visita ai castelli e chiese della Romania centrale.

VENERDI 7 SETTEMBRE
Dintorni di Sighisoara, Alba Julia, Brasov. Castelli, chiese fortificate.

SABATO 8 SETTEMBRE
Trasferimento a SIBIU, visita alla città
Ore 15: Eventi culturali-spirituali.
Le comunità locali accolgono i pelle-grini che giungono per la conclusione dell’assemblea ecumenica.
Ore 20: CELEBRAZIONE DELLA LUCE, insieme ai Delegati Ecumenici.

DOMENICA 9 SETTEMBRE
Ore 11: INCONTRO DI CHIUSURA
della III Assemblea Ecumenica, nella più grande piazza della città.
Pomeriggio: visita a Sibiu, capitale europea 2007 della Cultura, “città vecchia e giovane” con le mura e le torri del borgo medievale e la dinamica vita culturale della città moderna.

LUNEDÌ 10 SETTEMBRE

Ore 10,45 partenza dall’aeroporto di TIRGU MURES
Ore 12 arrivo a Bologna.

Il programma è ancora provvisorio.
Il costo si aggira sui 450-500 euro. È URGENTE PRENOTARE L’AEREO.
Per i primi ci potrebbe essere uno sconto. Non si è certi che poi ci sia il posto per tutti.

Agenzia Bagus Senigallia