Testimonianza della pastora valdese Giuseppina Bagnato di Rimini

I media hanno dato immediatamente risalto alla visita senza precedenti di papa Bergoglio presso il tempio valdese di corso Principe Oddone di Torino. Le mura, la posizione di quella chiesa, hanno un profondo significato per la memoria di un popolo che assieme all’ebraismo italiano, conosce il senso del sopravvivere al ghetto, del sopravvivere nella e alla storia.

Sopravvivere ma anche vivere, perché questo per noi è il senso ultimo della nostra fede. Una fede così radicata nella Parola di speranza dell’Evangelo da renderci certi: perché “Fedele è Colui che vi chiama” (I Tessalonicesi 5: 24a).

Ma molti di noi avevano smesso di sperare nei gesti di una cristianità che pure a Dio dovrebbe far riferimento. Pochi immaginavano si sarebbe mai potuto parlare con fraterna schiettezza con la Chiesa Cattolica Romana nei momenti di ufficialità. Il divario era sempre stato troppo doloroso nei secoli e nel passato più recente c’erano state troppe aperture incerte, chiusure, tentennamenti…

Ma quel 22 giugno a Torino è accaduto qualcosa di unico per la nostra storia. È stato il gesto definitivo che aspettavamo, il momento non soltanto del ri-conoscimento ma anche dello scambio di sguardi.

Le piccole cose sono quelle che rimandano alla grandezza dei momenti e lì, accolto anche dalla musicalità di una lingua materna e fraterna assieme, il pontefice si è alzato e si è rivolto alla chiesa.

L’ha fatto alzandosi dalla sua sedia di legno: una sedia uguale a quella dei suoi fratelli e delle sue sorelle vicini di posto, non una sedia impreziosita dal peso di un pontificato millenario ma una sedia che parlava come lui ha parlato: fra pari, come a una realtà apostolica primitiva verso cui ci ha resi attenti, come le chiese del libro degli Atti, in cui la varietà di doni, di linguaggi e di predicazioni erano il segno del nascere e rinascere a Cristo.  Perché solo in questa ricchezza e varietà di doni, riusciamo a cogliere l’ampiezza dello sguardo del Salvatore. E Francesco ha dimostrato di comprenderlo e volerlo comunicare. Ha parlato da credente a credente con l’afflato del salmista che riconosce la sua condizione umana peccatrice in cammino, costellata di ripensamenti e in ricerca di una parola di grazia in Dio.

Credo che la forza di quel gesto stia nell’essersi reso testimone del suo pastorato. Perché questo papa si pone come pastore del popolo che guida ancor prima che come capo di una Chiesa dal potere secolare. La rivoluzione di queste parole sta nell’averle ponderate pensando ai volti amici con cui aveva già predicato l’evangelo in Argentina: uomini e donne, protestanti, cattolici e credenti di varie fedi in lotta per la Giustizia e per un regno diverso. Un percorso di cammino dal basso.

Ecco forse la continuità celata. Sono anni benedetti da Dio quelli che tanti di noi hanno vissuto sparsi nei territori credendo fortemente nell’incontro, nella comprensione, nel riconoscimento e nel perdono.

A volte lo abbiamo fatto in solitudine, non sostenuti nemmeno dalle nostre chiese, ma lo abbiamo fatto perché non abbiamo mai creduto che la parola umana potesse essere degna e così forte da ammutolire la voce di Dio. Un Dio che ci chiama al suo Amore quale segno da condividere fra i popoli.

Tante parole potranno seguire a queste, ma mi auguro che invece seguiranno i gesti concreti. Di conoscenze, accettazione e dialogo. Perché il dialogo autentico non si sottrae alle criticità ma le investiga e prova a comprenderle certo che da esse ne trarrà una crescita e un beneficio.

E poi penso al nostro dovere di mediatori e mediatrici, di conciliatori e conciliatrici nei confronti di tutte quelle realtà familiari o sociali in cui dovremmo favorire un atteggiamento di ascolto e non alimentare le divisioni, delimitando i territori, ponendo il sigillo delle nostre confessioni.

L’unico sigillo, quello più autentico che potremmo mai apporre, è il nome di Dio di cui spesso abusiamo.

Forse non è un caso che l’ebraismo non osi nemmeno pronunciarlo, cosciente del fatto che le nostre labbra sono spesso troppo impure per accostarsi al nome dell’Iddio di Misericordia.

Giuseppina Bagnato – Pastora valdese di Rimini