Prima di Torino da Francesco un’attenzione costante al protestantesimo. La nonna e l’Esercito della Salvezza, la visita all’amico pastore pentecostale a Caserta

Prima di Torino da Francesco un’attenzione costante al protestantesimo. La nonna e l’Esercito della Salvezza, la visita all’amico pastore pentecostale a Caserta

Iacopo Scaramuzzi
Città del Vaticano

«Saremo noi stessi. Speriamo che questo possa essere compreso perché il gioco della comunicazione mediatica attraverso la televisione può raccontare in modo molto veritiero la realtà, ma dall’altra conosciamo i rischi di semplificazione e fraintendimento che ci possono essere». A Riforma, settimanale delle Chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi, il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, organo di governo di questa Chiesa protestante, ha confidato così le proprie aspettative, e i propri timori, per la visita di papa Francesco, lunedì a Torino, al locale tempio valdese. Di certo non sono mancate, negli anni e nei secoli, incomprensioni e conflitti, tra Santa Romana Chiesa e i protestanti, e di certo quella di Francesco – la prima volta nella storia dei papi che un Pontefice entra in una chiesa valdese – è un evento epocale. Che si inserisce, però, in una attenzione costante che Jorge Mario Bergoglio, già quando era arcivescovo di Buenos Aires, ha tributato alla galassia riformata, nonché alle altre confessioni della famiglia cristiana, a partire dall’ortodossia.

«Lunedì – ha detto ancora Bernardini – noi non avremo timore di riconoscere tutto ciò che ci lega in quanto cristiani, discepoli di Gesù Cristo e discepoli del medesimo Dio, ma non avremo timore di richiamare quegli aspetti teologici e religiosi che ancora segnano le nostre distanze sulle quali noi vorremmo lavorare per fare maggiori progressi: questo è l’ecumenismo. Schiettezza e sincerità ma in un clima di ascolto reciproco e fraternità, non di contrapposizione e polemica. Questa è la grande differenza rispetto a un passato che non vorremmo riprendere in questi tempi».

La Chiesa evangelica valdese, prende il nome da Pietro Valdo, mercante di Lione del XII secolo che, a un certo punto della sua vita, abbandonò i suoi beni e si diede a predicare il Vangelo fra i poveri. Invitato dall’arcivescovo di Lione, Guichard, ad astenersi da ogni forma di predicazione e di spiegazione delle Scritture, Valdo rifiutò e, con tutti i suoi seguaci, fu espulso dalla diocesi di Lione. Nel 1532 i valdesi aderirono alla «Riforma protestante» nata da personalità come Lutero e, soprattutto, Calvino. In seguito a sanguinose persecuzioni, dal XVI secolo i valdesi sopravvissero nelle valli del Piemonte finché, ottenuti i diritti civili il 17 febbraio 1848, per volontà di re Carlo Alberto (che lo stesso anno concesse i diritti civili e politici anche agli ebrei) si diffusero in tutta Italia. Ancora oggi festeggiano la data del 17 febbraio. Attualmente nel nostro Paese i valdesi, che aderiscono alla comunione mondiale delle chiese riformate e, in Italia, assieme prevalentemente ad altre denominazioni «storiche» del protestantesimo italiane, alla Federazione delle Chiese evangeliche italiane (Fcei), sono circa 30mila. Sono circa 65mila tutti i protestanti «storici», ossia nati ai tempi della Riforma cinquecentesca o prima, pari a circa il 20% della popolazione evangelica italiana, maggioritariamente costituita invece dai pentecostali e carismatici che traggono ispirazione da sviluppi del protestantesimo dei secoli successivi. I valdesi, principalmente italiani, sono però presenti anche in America latina e, specificamente, in Argentina. Nel tempio torinese ci sarà anche il moderatore delle chiese valdesi del Rio della Plata. Il mondo valdese ha espresso nel corso del tempo grandi personalità, quali, per fare solo pochi esempi, il pastore Tullio Vinay, il regista Luigi Comencini, lo storico Giorgio Spini. Spesso impegnati nel mondo del sociale e della cultura, radicati nella lettura biblica, eredi di una tradizione di sobrietà liturgica e responsabilità personale, nel corso del tempo hanno espresso non di rado posizioni distanti dalla Conferenza episcopale italiana e del Vaticano su tematiche di attualità come la bioetica o questioni teologiche più fondamentali. Non sono mancati negli anni sintonie, per esempio con il mondo del cattolicesimo del dissenso, o incontri, come la presenza, alla presentazione del libro di Benedetto XVI «Gesù di Nazareth», di un teologo valdese, Daniele Garrone, in Vaticano.

Anche con papa Francesco dal mondo valdese sono giunti elogi, sin dalla sua elezione, e qualche appunto. Il teologo valdese Paolo Ricca ha parlato per esempio di «sorpresa e delusione» per una conferenza del 1985 su Giovanni Calvino, recentemente ripubblicata, nella quale Bergoglio, che rievocava la contrapposizione tra Gesuiti e calvinisti all’epoca della Riforma, criticava il «calvinismo scismatico». In un colloquio con il fondatore della Repubblica Eugenio Scalfari, peraltro, il Papa, all’interlocutore che notava il suo impegno per integrare la cattolicità con gli ortodossi, con gli anglicani, aggiungeva: «Con i valdesi che trovo religiosi di prim’ordine, con i pentecostali e naturalmente con i nostri fratelli ebrei». «Stupisce», commentò riconoscente il pastore Bernardini, «che Papa Bergoglio abbia voluto citare i valdesi insieme agli ortodossi, agli anglicani, ai pentecostali e agli ebrei, ovvero a comunità di fede infinitamente più grandi della nostra piccola Chiesa»: «Con Francesco i tempi della Chiesa di Roma sembrano correre più rapidi e veloci. Le analisi invecchiano in fretta. Nuove domande arrivano sul tappeto. E ci interrogano non solo come cristiani appartenenti alla famiglia riformata ma anche come piccola Chiesa che si fa interprete di una tradizione teologica e spirituale molto specifica. È un’opportunità nuova che ci affida grandi responsabilità ecumeniche». Un dialogo che continuerà lunedì nel tempio di corso Vittorio Emanuele II a Torino.

Il rapporto di papa Francesco con la galassia protestante, peraltro, è ricco e variegato. Numerose le udienze e le occasioni di incontro. Il suo atteggiamento nei confronti dei riformati, ereditato da un ambiente familiare piuttosto tradizionale, mutò, lo ha raccontato lui stesso, grazie a sua nonna. «Quando io avevo 4 anni – era nell’anno 1940, nessuno di voi era nato, eh? – andavo per strada con la mia nonna», raccontò a una delegazione dell’Esercito della Salvezza ricevuta in Vaticano a fine 2014. «In quel tempo, l’idea era che tutti i protestanti andavano all’Inferno. Ma, dall’altra parte del marciapiedi venivano due donne dell’Esercito della Salvezza, con quel cappello che avevate voi… E io ricordo come se fosse oggi, io ho detto a mia nonna: “Quelle, chi sono? Monache, suore?”. E mia nonna ha detto: “No. Sono protestanti. Ma sono buone”. E così, la mia nonna per la testimonianza vostra, mi ha aperto la porta all’ecumenismo: la prima predica ecumenica che ho avuto è stata davanti a voi. Thank you very much».

Tra gli incontri con rappresentanti protestanti vanno ricordate l’udienza alla «cara sorella» Antje Jackelen, primate luterana svedese, a maggio scorso, l’incontro con Tony Palmer, amico personale del Papa e vescovo pentecostale poi morto in un incidente in moto, che registrò un videomessaggio di Francesco sul suo smartphone, e, nel quadro di un’udienza a un convegno ecumenico organizzato dal movimento dei Focolari, il presidente emerito della Federazione luterana mondiale, Christian Krause, che ha espresso il desiderio di celebrare insieme al Pontefice romano il cinquecentenario della Riforma del 1517. Significativa anche l’udienza che il Papa ha voluto concedere ai promotori della traduzione in lingua corrente della Bibbia, cattolici e protestanti (tra i primi ideatori ci furono pastori valdesi e il cardinale Carlo Maria Martini): «È un’idea buona perché la gente semplice può capirla», ha detto in quell’occasione Francesco.

Jorge Mario Bergoglio, poi, viene da un continente, l’America Latina, dove i pentecostali, da alcuni definiti «sette», macinano conversioni e diffondono il Vangelo. Un fenomeno guardato con sospetto, ma anche interesse, dal mondo cattolico. Il teologo brasiliano della liberazione Clodovis Boff, non certo un simpatizzante, ha avuto a rilevare, per esempio, che «l’emozione rischia di diventare emozionalismo ai limiti dell’isteria, a volte non si crea comunità, ma una sorta di supermercato religioso, il forte senso di identità può trasformarsi in arroganza e settarismo, la lettura biblica è fondamentalista e vi è una carenza di cultura teologica, il rigore etico può scadere in perbenismo, vi è il rischio di manipolazione delle masse, posizioni politiche spesso alienate e alienanti, un atteggiamento anti-ecumenico e anti-dialogico. Ma se mettiamo sulla bilancia luci e ombre il bilancio è fondamentalmente positivo. I poveri ci guadagnano perché le Chiesa pentecostali li consolano, li inquadrano, danno loro dignità. E Cristo è annunciato». Anche Jorge Mario Bergoglio conosce limiti e dinamismo di questo mondo. Non di rado ha voluto incontrare gli esponenti della galassia carismatica, cattolici e protestanti. Come quando, il primo giugno del 2014, si recò allo stadio Olimpico di Roma per incontrare i partecipanti a un evento organizzato dal Rinnovamento nello Spirito Santo insieme alla International Charismatic Catholic Renewal Services (Iccrs) e alla Catholic Fraternity of Charismatic Covenant Communities and Fellowship (Cfccf), inchinandosi per farsi benedire. Gesto che poi ha rievocato chinando il capo, questa volta in Vaticano, di fronte a un gruppo di un centinaio di pastori evangelici di orientamento pentecostale di diverse parti del mondo, lo scorso 7 maggio, guidato da Giovanni Traettino.

Proprio nei confronti di questo Pastore, suo amico dai tempi di Buenos Aires, il Papa ha voluto tributare uno specifico gesto di amicizia, tornando espressamente a Caserta, a luglio del 2014, due giorni dopo un incontro con i cattolici della città campana, per far visita alla sua comunità, la chiesa pentecostale della riconciliazione.

Nel 1947 la maggioranza dei pentecostali italiani si riunì nelle Assemblee di Dio in Italia. Nel 2000 nacque la Federazione delle Chiese pentecostali (Fcp). Non pochi pentecostali italiani, nel nome di un congregazionalismo diffuso, non aderiscono però a queste due sigle, come la comunità del Pastore Trattino. Una realtà che ha ereditato una storia difficile. Il pentecostalismo giunse in Italia a inizio Novecento, dagli Stati Uniti (tra i primi adepti, alcuni protestanti provenienti proprio dal valdismo). Il fascismo, intollerante nei confronti di tutte le confessioni non cattoliche, fu particolarmente duro con i pentecostali, che, in ragione della loro struttura molecolarizzata non beneficiarono neppure della legge sui culti ammessi del 1929. La persecuzione mussoliniana culminò nella circolare Buffarini-Guidi del 1935, che vieta il culto pentecostale in tutto il Regno in quanto «esso si estrinseca e concreta in pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza». Non di rado denunciati dai parroci cattolici, molti pentecostali furono arrestati e alcuni muoiono in carcere o in campo di concentramento. «Tra quelli che hanno perseguitato e denunciato i pentecostali, quasi come fossero dei pazzi che rovinavano la razza, c’erano anche dei cattolici: io sono il pastore dei cattolici e vi chiedo perdono per quei fratelli e sorelle cattolici che non hanno capito e sono stati tentati dal diavolo», ha detto il Papa durante la visita a Caserta. Bocciando l’uso del termine «setta». E spiegando: «Qualcuno si stupisce che il Papa sia venuto a trovare gli evangelici. Sono venuto a trovare i fratelli». Come tornerà a fare entrando, per la prima volta nella storia dei papi, nel tempio valdese di Torino.

Intervento della Pastora valdese  Giuseppina Bagnato di Rimini, presente alla visita del papa alla chiesa valdese

I media hanno dato immediatamente risalto alla visita senza precedenti di papa Bergoglio presso il tempio valdese di corso Principe Oddone di Torino. Le mura, la posizione di quella chiesa, hanno un profondo significato per la memoria di un popolo che assieme all’ebraismo italiano, conosce il senso del sopravvivere al ghetto, del sopravvivere nella e alla storia.

Sopravvivere, ma anche vivere: perché questo per noi era il senso ultimo della nostra fede. Una fede così radicata nella Parola di speranza dell’Evangelo da renderci certi, perché “Fedele è Colui che vi chiama” (I Tessalonicesi 5: 24a).

Ma molti di noi avevano smesso di sperare nei gesti della cristianità che pure a Dio dovrebbe far riferimento. Pochi immaginavano si sarebbe mai potuto parlare con fraterna schiettezza con la Chiesa Cattolica Romana nei momenti di ufficialità. Il divario era sempre stato troppo doloroso e crudele nei secoli e nel passato più recente c’erano state troppe aperture incerte, chiusure, tentennamenti…

Ma quel 22 giugno a Torino è accaduto qualcosa di unico per la nostra storia. È stato il gesto definitivo che aspettavamo: il momento non soltanto del ri-conoscimento ma anche dello scambio di sguardi.

Le piccole cose sono quelle che rimandano alla grandezza dei momenti e lì, accolto anche dalla musicalità di una lingua materna e fraterna assieme, il pontefice si è alzato e si è rivolto alla chiesa.

L’ha fatto alzandosi dalla sua sedia di legno: una sedia uguale a quella dei suoi fratelli e delle sue sorelle vicini di posto, non una sedia impreziosita dal peso di un pontificato millenario ma una sedia che parlava come lui ha parlato: fra pari, come a una realtà apostolica primitiva verso cui ci ha resi attenti, come le chiese, la chiesa del libro degli Atti, in cui la varietà di doni, di linguaggi e di predicazioni erano il segno del nascere.

Come era nata e cresciuta in genesi la prima umanità diversa e amata, fortemente voluta da Dio. Perché solo in questa ricchezza e varietà di doni, riusciamo a cogliere l’ampiezza dello sguardo del Salvatore. E Francesco ha dimostrato di comprenderlo e volerlo comunicare. Ha parlato da credente a credente, con l’afflato del salmista che riconosce la sua condizione umana peccatrice in cammino, costellata di ripensamenti e in ricerca di una parola di grazia in Dio.

Credo che la forza di quel gesto stia nell’essersi reso testimone del suo pastorato. Perché questo papa si pone come pastore del popolo che guida ancor prima che come capo di una Chiesa dal potere secolare. La rivoluzione di queste parole sta nell’averle ponderate pensando ai volti amici con cui aveva già predicato l’evangelo in Argentina: uomini e donne, protestanti, cattolici e credenti di varie fedi in lotta per la Giustizia e per un regno diverso. Un percorso di cammino dal basso.

Ecco forse la continuità celata. Sono anni benedetti da Dio quelli che tanti di noi hanno vissuto sparsi nei territori credendo fortemente nell’incontro, nella comprensione, nel riconoscimento e nel perdono.

A volte lo abbiamo fatto in solitudine, non sostenuti nemmeno dalle nostre chiese, ma lo abbiamo fatto perché non abbiamo mai creduto che la parola umana potesse essere degna e così forte da ammutolire la voce di Dio. Un Dio che ci chiama al suo Amore quale segno da condividere fra i popoli.

Tante parole potranno seguire a queste, ma mi auguro che invece seguiranno i gesti concreti. Di conoscenze, accettazione e dialogo. Perché il dialogo autentico non si sottrae alle criticità ma le investiga e prova a comprenderle, certo che da esse ne trarrà una crescita e un beneficio.

E poi penso al nostro dovere di mediatori e mediatrici, di conciliatori e conciliatrici nei confronti di tutte quelle realtà familiari o sociali in cui dovremmo favorire un atteggiamento di ascolto e non alimentare le divisioni, delimitando i territori, ponendo il sigillo delle nostre confessioni.

L’unico sigillo, quello più autentico che potremmo mai apporre, è il nome di Dio di cui spesso abusiamo.

Forse non è un caso che l’ebraismo non osi nemmeno pronunciarlo, cosciente del fatto che le nostre labbra sono spesso troppo impure per accostarsi al nome dell’Iddio di Misericordia.

Le nostre diocesi sulla via dell’ecumenismo

Le nostre diocesi sulla via dell’ecumenismo

(Da “IL NUOVO AMICO” n. 23 del 21 giugno 2015)

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GEMELLAGGI – DELEGAZIONE DA PESARO E FANO AD AARHUS IN DANIMARCA

Che ci vanno a fare una piccola delegazione (tre persone) della parrocchia di Belvedere Fogliense, don Francesco Pierpaoli, una delegazione di giovani del campo ecumenico di Montorso (AN) ed il Coro della Cattedrale di Fano nella città danese di Aarhus? La Danimarca è un posto ameno, piacevole da visitare, ma le delegazioni del nostro territorio, della nostra Metropolia, si sono recate lì nell’ambito di un percorso ecumenico avviato dall’anno 2000. Che significato ha il termine “ecumenismo”?  “L’ecumenismo è il movimento che tende a riavvicinare e a riunire tutti i fedeli cristiani e quelli delle diverse Chiese. Il punto di partenza è la comune fede nella Trinità: in Dio Padre, in Gesù Cristo Figlio e in Dio Spirito Santo. La parola deriva dal termine greco oikouméne, che indica in origine la parte abitata della Terra; la scelta indica come una sorta di indirizzo nella ricerca di una sempre più stretta collaborazione e comunione tra le varie chiese cristiane che abitano il mondo”.

Il dialogo ecumenico è questione attuale. In questo campo, Papa Francesco ha recentemente annunciato la disponibilità della Chiesa cattolica a stabilire una data fissa sulla Pasqua per celebrare la resurrezione di Cristo, in modo che possa essere festeggiata nello stesso giorno da tutti i cristiani, siano essi cattolici, protestanti o ortodossi. Alla fine del secondo millennio, dicevamo, c’è stato il gemellaggio tra la Chiesa della Pace, Luterana, di Aarhus e le parrocchie di S. Donato e Corpus Domini (Belvedere Fogliense, Case Bernardi, Padiglione e Rio Salso). Due mondi si sono incontrati e hanno subito sentito il bisogno di rivedersi periodicamente. Da allora, la Parrocchia luterana (Fredenskirken) organizza periodicamente, un Internazionale Kirkedage, Giornate Internazionali della Chiesa. Quest’anno i temi dell’incontro sono stati: “Come ottenere nuova ispirazione da confessioni e tradizioni diverse”, “Incontrare l’un l’altro e sviluppare un rapporto d’amicizia” e “Stabilire un dialogo su argomenti in comune”. Dal 5 al 7 giugno scorsi le delegazioni di tutto il mondo cristiano hanno affrontato e dibattuto su quali siano le sfide davanti alle quali si trova la chiesa cristiana. In particolare un workshop ha affrontato il tema “Missione in una nuova era”. Si è partiti dalla constatazione che tutte le chiese in Europa sono in declino mentre quelle dell’Africa e dell’America Latina stanno crescendo. Da questa base si è affrontato il concetto di missione, che sta cambiando nelle antiche realtà dei paesi europei cristiani. Il workshop ha esaminato la relazione tra la missione all’estero e in casa; l’importanza di essere costretti a guardare a se stessi con gli occhi stranieri, come ad esempio accade nel lavoro dei gemellaggi. Si è riflettuto, discusso e pregato. Sono stati momenti intensi di incontro-scambio-confronto fra le varie realtà. Sabato 6 giugno le delegazioni sono state ospiti della scuola di diaconia ed hanno ascoltato alcuni racconti di chiese “diverse”. Mariagrazia Stocchi, una dei tre delegati di Belvedere Fogliense, è stata particolarmente colpita da due di queste esperienze. Una relativa ad una comunità Rom ungherese i cui uomini, inizialmente, non intendevano assolutamente partecipare ad attività lavorative. La progettualità, l’aiuto materiale, morale e la solidarietà hanno infine convinto quella popolazione Gipsy che forse valeva la pena di “provare questo nuovo modo di vivere”. Ora, da due anni, stanno collaborando a tante iniziative. L’altra esperienza toccante è stata quella di un vescovo luterano, missionario in India e Messico, che ha raccontato il suo incontro con le popolazioni autoctone.

coro-fanoIl coro del Duomo di Fano

Nel pomeriggio di sabato 6 giugno le delegazioni pesaresi, guidate da don Francesco Pierpaoli, hanno visitato il centro medico di Solund che si occupa del recupero dei malati mentali e fisici con tecniche avanzatissime. Dopo aver visitato il centro, assistito ad alcune delle attività che gli operatori sanitari quotidianamente svolgono, partecipato ad una breve “Messa” del giovanissimo pastore luterano Linea Rudbeck, le delegazioni sono tornate alla Diaconia. Qui, durante la cena, le delegazioni sono state allietate dai canti del coro della Cappella Musicale della Cattedrale di Fano. Hanno infatti partecipato all’Internazionale Kirkedage, Giornate Internazionali della Chiesa in Danimarca, sia il coro di adulti che la sezione giovanile dei pueri cantores, diretti dal M° Stefano Baldelli ed accompagnati all’organo dal M° Alessandro Felicioli. Il coro ha cantato emozionando il vastissimo pubblico internazionale presente. Domenica 7 giugno in occasione del “Birthday-concert” at Fredenskirken si è esibito il coro della Cappella Musicale della Cattedrale di Fano che ha riscosso grande successo e apprezzamento, ancor più gratificanti poiché la tradizione corale danese è una delle più importanti, longeve e di alto livello al mondo. In programma sono state eseguite musiche di autori quali Viadana, Bruckner, Lauridssen, Gjeilo, Bartolucci, Mozart, Faurè, Dubra, Rutter, Kodaly, Geraci, Cruger.

Messaggio dell’Arcivescovo Coccia

A tutti i fedeli della Chiesa di Aarhus. A tutti i componenti della cara comunità di Aarhus esprimo le più vive felicitazioni per il 55° anniversario i fondazione della loro Chiesa. La celebrazione di un evento così rilevante, suscita nel cuore i sentimenti di gratitudine al Signore per tutto il bene che si è riusciti a fare in oltre mezzo secolo di vita di una comunità cristiana impegnata anche nel cammino dell’ecumenismo. A questo riguardo ringrazio il Signore per le positive esperienze che si stanno realizzando tra la comunità di Aarhus e le comunità di S. Donato in Belvedere e del Corpus Domini in Padiglione, nell’Arcidiocesi di Pesaro. Assicuro il mio ricordo nella preghiera e la mia benedizione.

+ Piero Coccia Arcivescovo Metropolita di Pesaro