ECUMENISMO ED EVANGELIZZAZIONE

Loreto, 27 settembre 2014

Una madre dal cuore aperto. La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. «La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre» (Evangelii Gaudium 46-47 – i numeri tra parentesi si riferiscono sempre a questo documento, se on indicato diversamente). «Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo» (49).

Cari fratelli in Cristo, papa Francesco non usa mezzi termini per parlare della Chiesa. Secondo il linguaggio al quale ci sta abituando, ma che ancora per molti aspetti facciamo fatica a recepire, il papa ci aiuta a lasciarci interrogare dalla verità del Vangelo: non semplicemente da particolari della Bella Notizia, ma dal cuore stesso del messaggio di Gesù, che risulta sempre più chiaro e inequivocabile. E che quindi rimane la migliore cartina di tornasole per la nostra attività ecclesiale, per il nostro atteggiamento di cristiani che vivono nel mondo, e ancora di più per la nostra ricerca di quella coerenza evangelica che sta alla base di ogni espressione cristiana: quindi anche dell’ecumenismo.

«Dobbiamo sempre ricordare che siamo pellegrini» (244), scrive ancora il papa: ricordarci che camminiamo insieme verso una meta che forse nemmeno conosciamo bene, ma che possiamo soltanto intuire: verso cioè quell’unità dei credenti in Cristo che non è affatto utopia, ma i cui contorni precisi ci sfuggono. In altre parole: non sappiamo ancora bene che volto abbia e che lineamenti possa presentare il traguardo verso cui siamo incamminati, sappiamo però di essere incamminati verso un traguardo, e sappiamo che questo porta un nome ben preciso: unità dei credenti in Cristo.

Un po’ come quando arrivi alla stazione dei treni (o in aeroporto), sai di essere attesi dal signor Tal dei Tali, e benché tu non lo conosca ancora (quindi non sappia ancora com’è il suo volto), sai però che è lì che ti aspetta e che tu stai camminando proprio verso di lui.

Nella stessa linea va anche il Messaggio finale di Busan, Corea, dove nel novembre 2013 si è svolta la X assemblea del CEC; questo testo è un pressante appello a intraprendere e proseguire un pellegrinaggio verso la giustizia e la pace, sotto la signoria del Dio della vita e sulle tracce di Gesù Cristo; ma è anche un’occasione per fare il punto sullo “stato di salute” dell’ecumenismo. E qual è quindi questo stato di salute? Come lo vediamo, come lo vedete voi? …

Da una parte si continua a ripetere che “non possiamo non dirci ecumenici”: l’ecumenismo cioè è al centro dell’azione pastorale, della riflessione, della vita cristiana, dell’evangelizzazione; o perlomeno dovrebbe esserlo… Dall’altra parte però si fa fatica a trovare un linguaggio comune tra le chiese, specialmente in materia di sacramenti e del concetto stesso di chiesa; e si fa fatica anche a mettere in atto esperienze concrete e coraggiose di ecumenismo. In genere ci si limita al pregare insieme, e va benissimo: ma dal celebrare insieme siamo ancora piuttosto lontani, almeno per quel che riguarda la cena del Signore.

Oscar Cullmann (Francia, secolo XX) però diceva che quella che lui definiva “impazienza ecumenica” potrebbe essere addirittura pericolosa e nociva, perché rischia di sottovalutare i progressi fatti, che pur ci sono. La fretta (e forse la falsa prospettiva…) di una fusione generica tra tutti i cristiani è fuorviante; invece i gesti già fatti e che ancora vengono realizzati, pur se è vero che spesso rimangono nascosti o sono comunque meno eclatanti per esempio di una celebrazione comune, sono tuttavia più durevoli e ci avvicinano passo dopo passo ad una unità nella diversità. Che è poi quello che realisticamente ci si può e ci si deve attendere (cfr. B. Salvarani, Non possiamo non dirci ecumenici. Dalla frattura con Israele al futuro comune delle chiese cristiane, San Pietro in Cariano/VR 2014, p. 211). Da considerare inoltre che la passione ecumenica di Cullmann nasceva dal suo studio della Scrittura; a partire da questi studi egli faceva notare che la diversità non può essere considerata un intralcio all’unità: Paolo sostiene che le diverse membra di un corpo sono chiamate ad essere in comunione tra loro nonostante la loro oggettiva diversità, e in quel celebre passo della prima lettera ai Corinzi (12,4-31) l’apostolo mostra chiaramente che lo Spirito Santo crea l’unità delle membra non soltanto malgrado, bensì mediante la diversità (i testi di O. Cullmann da cui sono tratti questi passaggi sono: L’unità attraverso la diversità, e Le vie dell’unità cristiana).

Molte cose oggi ovvie e scontate nella vita cristiana (per esempio il fatto che molti capi delle chiese si esprimano spesso insieme su questioni etiche, sociali, politiche, ecologiche, ma anche i matrimoni misti e altro ancora) dicono una cosa fondamentale: l’ecumenismo non è rimasto solo una bella idea o un sogno poco realizzabile, ma ha assunto invece delle forme di vita. C’è qualcosa di concreto, insomma. E credo che sia sempre da qui che bisogna partire non solo per una “valutazione” del cammino ecumenico (che poi, chi è in grado e ha l’autorità per farlo?…), ma anche per un incoraggiamento reciproco a camminare ancora. In altre parole: qualche bel passo avanti è stato fatto, quindi nessuno ci impedisce di credere che non sia più possibile farne degli altri. E questo vale anche chiaramente nell’ambito dell’annuncio del Vangelo: annunciare insieme, pur se con sottolineature diverse, è già in sé evangelizzazione. Perché tutto ciò traduce concretamente il messaggio centrale del Vangelo di Cristo, e cioè il concetto di comunione. In una società come la nostra, nella quale si dicono tante (troppe?…) cose, è fuori dubbio che i gesti concreti assumono un valore pieno di significato; forse si perdono anche facilmente, ma mi pare che l’uomo di oggi abbia bisogno di segni, di gesti che lo aiutino a fissare nel cuore atteggiamenti, più che discorsi. Così un abbraccio, una testimonianza comune, uno scambio di doni, un gesto di reciproca solidarietà o condivisione, non sono soltanto dei corollari: diventano essenziali in una cultura come la nostra, abituata sempre di più al fast-food, al “mordi e fuggi”. Saper collocare con intelligenza dei segni di comunione, anche molto semplici, è una sfida che non possiamo sottovalutare, credo.

Papa Francesco ci ricorda anche che «tutto il popolo di Dio annuncia il Vangelo» (111). Tutto il popolo! Quindi l’evangelizzazione è una vocazione di tutti i battezzati al di là della loro appartenenza ecclesiale; ed è una capacità di tutti i battezzati, il che significa che ogni battezzato mi annuncia il Vangelo, al di là della sua appartenenza ecclesiale. Quindi la chiamata alla evangelizzazione è già in sé una certezza ecumenica, proprio perché interpella tutti i cristiani. E la salvezza portata dal Cristo è per tutti: «Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). San Paolo afferma che nel popolo di Dio, nella Chiesa, non c’è Giudeo né Greco, “perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28)».

Certo, la Chiesa vista anche nel suo futuro ecumenico di unità è un popolo dai molti volti; ma «nei diversi popoli che sperimentano il dono di Dio secondo la propria cultura, la Chiesa esprime la sua autentica cattolicità e mostra “la bellezza di questo volto pluriforme” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, n. 40)».

Una delle branchie della teologia è la teologia fondamentale: quella che si occupa delle domande fondamentali dell’uomo, dove per fondamentali si intende quelle domande condivise da tutti, indipendentemente da una appartenenza religiosa o ecclesiale: domande che stanno a fondamento stesso della vita e dell’essere uomini. Ecco, forse dovremmo tutti cominciare ad attenderci anche una specie di ecumenismo fondamentale: cioè, tutti i cristiani sono chiamati a trasmettere la fede alle generazioni future, chiamati quindi alla evangelizzazione; e questa missione è occasione preziosa di unità.

Importante in questo senso mi pare che sia sempre di più il cosiddetto ecumenismo spirituale, come lo definisce il cardinal Kasper. Quella forma di pensiero comune, di preghiera in comunione, di condivisione quotidiana della vita, con l’obiettivo di un reciproco arricchimento. Come a dire: conoscere l’altro, pregare in qualche modo con lui condividendo tradizioni e forme di preghiera, scambiarsi riflessioni teologiche e pratiche pastorali, realizzare qualche progetto comune di solidarietà per esempio, tutto questo contribuisce a formare quell’unità ecumenica che in fondo già c’è. Sì, perché in Gesù Cristo siamo già uno (cfr. Gal 3,28): dove l’identità dell’altro e la mia non vengono abolite ma rafforzate e completate reciprocamente. Non si tratta cioè di annientare la diversità, ma di farla rientrare in uno spazio di arricchimento comune. A livello spirituale si può già parlare di unità tra i credenti; e sempre più questa unità diventerà «un atto di fiducia nel fatto che l’altro intende e crede con forme e formule diverse, con immagini, simboli e concetti diversi, lo stesso mistero di fede che noi riteniamo nella nostra tradizione» (W. Kasper, Vie dell’unità. Prospettive per l’ecumenismo, Brescia 2006, pp. 242s.).

Oggi allora all’ecumenismo si chiede di rispondere a una triplice sfida:

–                far fronte alla responsabilità della memoria divisa delle chiese cristiane: cioè rendersi conto degli errori fatti (da tutti…), capire che spesso le divisioni sono nate per questioni oggi risolvibili o molto meno pesanti di un tempo;

–                trasformare le divisioni in differenze; non uno contro l’altro, ma uno per l’altro, anche a livello teologico: tutti abbiamo in mano un pezzetto della verità che è Gesù Cristo, e solo mettendo insieme questi pezzetti possiamo ricostruire l’unità e avvicinarci alla verità;

–                progettare insieme, con apertura verso l’alterità: l’altro non è necessariamente un nemico, ma può invece aiutare a capire meglio se stessi.

Allora non è giusto dire che l’ecumenismo è in crisi: piuttosto va detto che l’ecumenismo ha bisogno di un riorientamento.

Noi forse ci attendiamo un ecumenismo e una unità dei cristiani un po’ idilliaca, dove tutti pensano e dicono la stessa cosa: cosa davvero irrealizzabile e impensabile… Alberto Melloni parla invece di «una coabitazione che non ha nulla della rarefatta delicatezza di una sororità monastica, ma che assomiglia alla caotica e litigiosa sororità di una vera famiglia» (riportato da B. Salvarani, Non possiamo non dirci ecumenici…, p. 214). Si tratta quindi di un dinamismo di conversione: tutti i cristiani devono cambiare atteggiamento, non solo gli altri, da qualsiasi prospettiva li si voglia guardare, tutti devono vedere non più la propria presunta autosufficienza, ma fermarsi a considerare la rispettiva complementarietà. In concreto: se dialogo con protestanti, ortodossi ecc., non sono meno cattolico, ma anzi lo sono di più, perché capisco meglio qual è la mia identità e ciò che la differenzia dagli altri, e allo stesso tempo riconosco le ricchezze di cui gli altri sono depositari e che possono aiutare anche me a crescere nella fede. E chiaramente aiuto anche l’altro ad essere realmente “cattolico”: ad avere cioè una prospettiva universale, secondo il significato del termine “cattolicità”. Dinamismo di conversione, dicevo: infatti, tutti i giorni (almeno nella chiesa cattolica) quando si celebra l’eucaristia preghiamo il Signore chiedendogli: «…dona alla tua chiesa unità e pace secondo la tua volontà». Secondo la sua volontà, appunto: il che non vuol dire “se vuoi, Signore, dona alla chiesa l’unità e la pace, e se non vuoi, pazienza”; no, significa invece “dona alla chiesa quell’unità e quella pace che è davvero secondo la tua volontà: non come la immaginiamo noi, quindi, ma come realmente tu la vuoi”.

Tutto secondo quello che già Agostino scriveva: «Unità nelle cose necessarie, libertà nelle cose dubbie e in tutto carità» (riportato in Gaudium et spes, 92). Forse uno dei nostri compiti sta proprio anche in questo: capire quali siano le cose sulle quali è necessario essere d’accordo – e prima fra tutte è la fede nella morte e risurrezione di Cristo, che già unisce tutti i cristiani da sempre – e poi rispettare questa certa libertà nelle cose “dubbie”, cioè in quelle sulle quali non si è d’accordo e forse non è nemmeno necessario esserlo – un esempio fra tutti è il fatto che i preti occidentali non si sposano mentre quelli orientali sì – ma mantenendo in ogni discussione il principio della carità: cioè quello che ci fa dire che siamo comunque fratelli, e che al di là delle differenze vale molto di più ciò che già ci unisce.

Il dialogo ecumenico allora non è un’opzione tra le tante, come a dire: se c’è va bene, se non c’è va bene lo stesso. No, è una forma comune dell’essere cristiani nella società di oggi. Quindi non è un’appendice che si aggiunge alle tante attività della Chiesa: appartiene invece alla vita stessa della Chiesa, che non può fare a meno di ragionare in termini ecumenici. Scrive Walter Kasper: «Il dialogo ecumenico è espressione della struttura dialogica dell’esistenza umana e della percezione della verità» (Vie dell’unità…, p. 248). In altre parole: se non ragioniamo in termini ecumenici non solo tradiamo in qualche modo il nostro essere cristiani, ma anche il nostro essere uomini.

Quindi non si tratta tanto di mettere d’accordo l’ecumenismo con l’evangelizzazione, quanto piuttosto di accorgerci che portare oggi l’annuncio del Vangelo in qualsiasi ambiente e situazione è di per sé un atteggiamento ecumenico: cioè è un servizio all’unità dei credenti in Cristo.

Le nostre preoccupazioni, quelle di tutti i cristiani, sono legittime: preoccupazioni su come si può trovare unità con altri cristiani che, per esempio, hanno una concezione di sacramenti e quindi di eucaristia molto diversa dalla nostra o che non hanno problemi a ordinare preti e vescovi anche delle donne; ma dobbiamo avere il coraggio anche di dare spazio allo Spirito Santo, che soffia dove vuole e che quindi è capace anche di sorprese (cfr. Gv 3,8).

Lo Spirito Santo, la Trinità di Dio infatti sono il fondamento del dialogo tra cristiani, tra uomini. È lo Spirito che costruisce la comunione e l’armonia del popolo di Dio: guai quindi a sacralizzare la propria cultura e il proprio linguaggio della fede, come se questi fossero assoluti e gli unici possibili e giusti: facendo così, si andrebbe contro lo Spirito di Dio! Infatti, ci ricorda il papa, «in virtù del battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr. Mt 28,19)» (120). Ogni membro del popolo di Dio, scrive il papa, quindi ogni battezzato; e questo evidentemente vale per tutti: cattolici, ortodossi, protestanti ecc., cioè per tutte le chiese il cui battesimo è riconosciuto valido anche dalla Chiesa cattolica. Essere discepolo ed essere missionario sono due aspetti della stessa realtà allora, fanno parte della stessa vocazione cristiana. Di quella vocazione cristiana che condividiamo tutti, pur in diversi modi: ciò significa che ogni battezzato è missionario, lo sono io nei confronti dei “fratelli separati”, ma lo sono anche i “fratelli separati” verso di me. In altre parole: non posso pensare di essere l’unico capaci di insegnare qualcosa; questo appunto significherebbe sacralizzare la propria cultura e la propria appartenenza ecclesiale, come se il mio modo di essere discepolo di Cristo fosse l’unico possibile. No, anche gli altri cristiani, i “fratelli separati”, ma pur fratelli, sono missionari nei miei confronti, cioè hanno qualcosa da dirmi, da donarmi.

«Le differenze tra le persone e le comunità – scrive il papa in un passo secondo me fondamentale della sua esortazione – a volte sono fastidiose, ma lo Spirito Santo, che suscita questa diversità, può trarre da tutto qualcosa di buono e trasformarlo in dinamismo evangelizzatore che agisce per attrazione. La diversità dev’essere sempre riconciliata con l’aiuto dello Spirito Santo; solo Lui può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e, al tempo stesso, realizzare l’unità. Invece, quando siamo noi che pretendiamo la diversità e ci rinchiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, provochiamo la divisione e, d’altra parte, quando siamo noi che vogliamo costruire l’unità con i nostri piani umani, finiamo per imporre l’uniformità, l’omologazione. Questo non aiuta la missione della Chiesa» (n. 131). Attenzione: è lo Spirito Santo stesso che «suscita questa diversità»: quindi essa è in qualche modo necessaria! Non possiamo nasconderci questo dato di fatto; anche se abbiamo ancora un bel pezzo di strada da fare, nel riconoscere il “diversamente cristiano” come un arricchimento prezioso, come un dono dello Spirito di Dio.

Pochi mesi dopo la sua elezione, papa Francesco disse in un’intervista: «Si deve camminare insieme: la gente, i vescovi, il papa. La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica. Questa potrà anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli ortodossi. Da loro si può imparare di più il senso della collegialità episcopale e sulla tradizione della sinodalità. Lo sforzo di riflessione comune, guardando a come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, darà frutti a suo tempo. Nelle relazioni ecumeniche questo è importante: non solo conoscersi meglio, ma anche riconoscere ciò che lo Spirito ha seminato negli altri come un dono anche per noi […]. Bisogna continuare su questa strada. Dobbiamo camminare uniti nelle differenze: non c’è altra strada per unirci. Questa è la strada di Gesù» (intervista a A. Spadaro, in: Civiltà cattolica n. 3918, 19.9.2013, p. 465; riportata da B. Salvarani, Non possiamo non dirci ecumenici…, p. 217). Da notare che per Sinodo non si intende solo l’assemblea dei vescovi regolarmente convocata, come succederà fra qualche giorno; Sinodo è l’insieme dei vescovi con il papa, indipendentemente dal fatto che ci sia una convocazione ufficiale oppure no. Quindi il papa in questa intervista si riferisce allo stile di governo della Chiesa in senso generale.

L’unità allora esiste pienamente e primariamente in Cristo, perché in lui si è prima di tutto cristiani, lui ci considera prima di tutto come fratelli: tutti noi siamo uno in Cristo Gesù, direbbe san Paolo nel passo già citato (Gal 3,28). Probabilmente le forme di dialogo ecumenico che abbiamo visto nel corso del Novecento si sono in qualche modo esaurite, stanno nascendo forme nuove di ecumenismo. Quindi non vale la pena scoraggiarsi, anzi, direi che lo scoraggiamento è proprio antievangelico, nuoce all’annuncio della Bella Notizia: e questo non possiamo smettere di ricordarcelo! L’esaurimento di certe forme di ecumenismo, come quelli che sono stati definiti “i grandi abbracci” fra i capi delle chiese, per esempio fra Paolo VI e Atenagora, il fatto che tali gesti siano passati alla storia non deve far pensare che tutto si sia fermato lì: quelle sono indubbiamente delle pietre miliari dalle quali non si può prescindere, ma sono anche dei blocchi di partenza dai quali il cammino ecumenico è decisamente ripartito; e come succede in ogni pezzo di strada fatto insieme, non sempre c’è bisogno di fotografare il panorama, a volte si pensa a camminare e basta. Vale a dire: se oggi non vediamo molti “grandi abbracci” – anche se in realtà papa Francesco ne ha posto alcuni di altamente significativi – ciò non va tradotto in una battuta d’arresto dell’ecumenismo; no, il cammino continua, anche se forse in modo meno eclatante e a riflettori spenti: però continua, e ogni metro che facciamo in questo cammino ci permette di avvicinarci comunque alla meta.

In fondo, quello che cerchiamo è la pace nel volto dell’unico Dio. Scrive il papa verso la fine di Evangelii Gaudium: «Se ci concentriamo sulle convinzioni che ci uniscono e ricordiamo il principio della gerarchia delle verità, potremo camminare speditamente verso forme comuni di annuncio, di servizio e di testimonianza […]. L’impegno per un’unità che faciliti l’accoglienza di Gesù Cristo smette di essere mera diplomazia o un adempimento forzato, per trasformarsi in una via imprescindibile dell’evangelizzazione. I segni di divisione tra cristiani in Paesi che già sono lacerati dalla violenza, aggiungono altra violenza da parte di coloro che dovrebbero essere un attivo fermento di pace […]. Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi […]. Attraverso uno scambio di doni, lo Spirito può condurci sempre di più alla verità e al bene» (n. 246).

Occorre quindi andare oltre, c’è bisogno di uno sforzo ulteriore, del coraggio di abbandonare presunte certezze. È impensabile l’idea di ricreare la cristianità indivisa dei primi secoli del cristianesimo: quella forma di unità era legata a quel periodo storico e quindi non è più possibile. E nemmeno si può pensare ad una completa assimilazione reciproca, dove non ci sia nessuna differenza; questo non sarebbe ecumenismo ma un livellamento generico, un appiattimento indefinito. Piuttosto «dobbiamo stare con le persone, condividere i loro problemi, porci al loro fianco in ascolto del vangelo e degli insegnamenti della chiesa, e solo allora potremo andare a scoprire insieme una parola che deve essere condivisa» (da un testo di T. Radcliff, Essere cristiani nel XXI secolo, riportato da B. Salvarani, Non possiamo non dirci ecumenici…, p. 218).

Scoprire “insieme” una Parola da condividere, attorno alla quale già ci riconosciamo fratelli, una Parola che genera, che interpella, che converte: questo il nostro compito, la nostra vocazione.

E vorrei terminare con un passo di sant’Agostino, bello per la verità che ci consegna, ma anche per la forma e per la passione con cui ce la comunica. Un testo che per ciascuno di noi può diventare riflessione, provocazione, incoraggiamento, preghiera: «Fratelli, vi esortiamo ardentemente a questa carità, non soltanto verso i vostri compagni di fede, ma anche verso quelli che si trovano al di fuori, siano essi pagani che ancora non credono in Cristo, oppure siano divisi da noi, perché, mentre riconoscono con noi lo stesso capo, sono però separati dal corpo. Fratelli, proviamo dolore per essi, come per nostri fratelli, cesseranno di essere nostri fratelli, quando non diranno più “Padre nostro”». Poi Agostino continua dicendo che alcuni non considerano fratelli altri cristiani e vorrebbero guardare a loro come a dei pagani; ma il vescovo di Ippona afferma: «Ebbene, noi invece abbiamo assolutamente parte con voi: confessiamo l’unico Cristo, dobbiamo essere in un solo corpo, sotto un unico Capo. Perciò vi scongiuriamo, fratelli, per le stesse viscere della carità, dal cui latte siamo nutriti, dal cui pane ci fortifichiamo, per Cristo nostro Signore, per la sua ,mansuetudine vi scongiuriamo. È tempo che usiamo una grande carità verso di loro, una infinita misericordia nel supplicare Dio per loro perché conceda finalmente ad essi idee e sentimenti di saggezza per ravvedersi e capire che non hanno assolutamente nessun argomento da opporre alla verità. Ad essi è rimasta solo la debolezza dell’animosità, la quale tanto più è inferma quanto più crede di abbondare in forze. Vi scongiuriamo, dicevo, per i deboli, per i sapienti secondo la carne, per gli uomini rozzi e materiali, per i nostri fratelli che celebrano gli stessi sacramenti, anche se non con noi, ma tuttavia gli stessi; per i nostri fratelli che rispondono un unico Amen che noi, anche se non con noi. Esprimete a Dio la vostra profonda carità per loro» (da: Commento sui salmi, Sal 32,29; cfr. Liturgia delle Ore III, pp. 436ss).

Per qualche eventuale approfondimento

Francesco, Evangelii Gaudium, 2013;

Kasper W., Vie dell’unità. Prospettive per l’ecumenismo, Brescia 2006;

Salvarani B., Il dialogo è finito? Ripensare la Chiesa nel tempo del pluralismo e del cristianesimo globale, Bologna 2011;

Idem, Non possiamo non dirci ecumenici. Dalla frattura con Israele al futuro comune delle chiese cristiane, San Pietro in Cariano/VR 2014;

Spadaro A., Intervista a papa Francesco, in: Civiltà cattolica n. 3918, 19.9.2013.

TUTTI DISCEPOLI DELL’UNICO REDENTORE

PER UN ECUMENISMO COME FORMA DI VITA

Il Convegno regionale, promosso dalla Commissione regionale della CEM per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso lo scorso 27 settembre a Montorso presso il Centro Giovanni Paolo II, ha voluto offrire un contributo  di riflessione per la recezione  e attuazione del Convegno regionale delle diocesi marchigiane del novembre 2013. Al centro l’urgenza della evangelizzazione, alla luce della Esortazione post-sinodale di Papa Francesco Evangelii Gaudium.

I delegati delle diocesi marchigiane hanno così potuto confrontarsi con un tavolo di lavoro del tutto pertinente alle fatiche e al sogno di ogni cristiano: porre gesti concreti di comunione per tessere insieme una storia nuova di annuncio credibile del Vangelo. Su questo punto si è soffermata in modo particolare la relazione del Direttore nazionale dell’UNEDI della Cei, Don Cristiano Bettega. Di rilievo anche la sua importante sottolineatura, sulla scia dell’ecumenismo spirituale lanciato qualche anno fa dal Card. Walter Kasper, di un ecumenismo “fondamentale”, cioè posto nei fondamenti della vita  stessa e delle sue domande. La domanda della armonia, della pace, della fraternità non possono non trovare i cristiani disponibili ad offrire una loro specifica testimonianza di amore e di unità nella diversità. Si tratta, come ha detto il relatore, di promuovere nuove forme di vita fatte di gesti concreti.

In questa stessa direzione si sono collocate sia la riflessione di apertura del Vescovo di Ancona-Osimo, presidente della Commissione della CEM, Mons. Edoardo Menichelli, e le due comunicazioni, quella di D. Valter Pierini, docente di Teologia ecumenica e protestantesimo all’ITM, sui matrimoni di mista confessione tra cristiani e quella di D. Francesco Pierpaoli, referente regionale per la pastorale giovanile, sulla esperienza (in preparazione la settima per la prossima estate) dei campi  estivi ecumenici con giovani europei delle varie confessioni cristiane. Le due comunicazioni sono state arricchite dalla testimonianza di una coppia di sposi cattolica-ortodossa e da quella di alcuni giovani cattolici delle Marche che hanno partecipato ai campi ecumenici di Montorso. I lavori si sono conclusi con un vivace scambio e dibattito tra i partecipanti. Un segno di comunione con le altre Chiese cristiane presenti nelle Marche, rappresentate nel Consiglio delle Chiese Cristiane delle Marche (CCCM), è stato offerto dal saluto presentato ai partecipanti dal Presidente del CCCM, Pastore Michele Abiusi (Pastore della Chiesa Avventista) e letto dal Vicepresidente, il Rev.do Presbitero della Chiesa Ortodossa di Romania in Ancona, P. Ionel Barbarasa.

M. Florio