Quale stagione ecumenica dopo Sibiu?

Solo qualche riflessione per avviare su questo sito un dialogo a più voci con tutti gli amici che hanno partecipato direttamente o indirettamente alla terza Assemblea dei cristiani d’Europa

Gli ultimi mesi sono stati intensi dal punto di vista ecumenico per avvenimenti, analisi, emozioni. C’è chi ha parlato di gelo, chi di nuvole, chi di nuova stagione. E’ finito sicuramente l’ecumenismo delle coccole ma non la passione dell’unità. Una strada certamente in salita come ogni strada che punta all’unità e alla comunione. E’ finita la stagione dei profili incerti in cui si cercava di non marcare ciò che divide, è nata la stagione dei profili definiti con la possibilità di conoscere meglio e arricchirsi dei doni che caratterizzano ciascuna Chiesa; è forse finita la stagione delle convergenze più scontate ed è iniziata la stagione della ricerca delle convergenze più essenziali; è finita la stagione in cui si poteva parlare di unità senza toccare i più scottanti temi etici ed è iniziata la stagione che esige una approfondita riflessione intercristiana sulla morale( il piccolo giallo del documento finale di Sibiu ne è un segno evidente!); è finita la stagione della solitudine tra le confessioni cristiane ed è nata la stagione di un ricco ecumenismo spirituale e di carità tra chiese vicine o lontane.
Dalla vecchia stagione (pensiamo a Graz) ereditiamo beni preziosi che in questa nuova stagione esigono di diventare sempre più una luce per l’Europa e il mondo intero: la ricerca della giustizia libera dalla paura e dalla avarizia; la necessità di non sperperare il prezioso patrimonio di coloro che negli ultimi 60 anni hanno lavorato per la pace e l’unità in Europa, il rifiuto della guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti, la salvaguardia del creato ed uno sviluppo sostenibile dell pianeta .

“responsa” e pastorale ecumenica

Il documento della Congregazione della Dottrina della fede ha dato la stura a innumerevoli commenti e riflessioni. Quale ecumenismo è possibile dopo i “responsa” ? Anche a Sibiu il documento era presente in tante riflessioni e interventi. Hanno colpito la schiettezza e la sofferenza nelle parole del Card Kasper : “Io so che molti, in particolar modo molti fratelli e sorelle evangelici, si sono sentiti feriti da ciò. Questo non lascia indifferente neanche me e rappresenta un peso anche per me. Poiché la sofferenza ed il dolore dei miei amici è anche il mio dolore. Non era nelle nostre intenzioni ferire o sminuire chicchessia. Volevamo rendere testimonianza della Verità, cosa che ci attendiamo anche da parte delle altre Chiese, e così come le altre Chiese di certo fanno. “
Dopo i “responsa” dunque resta confermato l’assioma su cui abbiamo costruito il nostro impegno ecumenico post conciliare : quello che ci unisce tra cristiani resta molto più di ciò che divide e noi in forza dell’unico battesimo e con in mano le sante Scritture, possiamo vivere già fin d’ora tutto quello che possiamo vivere assieme, eccetto quello che la nostra coscienza ecclesiale ci impedisce di vivere insieme dal momento che vi sono modi diversi tra le varie Confessioni di concepire quali siano gli aspetti indispensabili per essere Chiesa di Cristo.

I responsa , per quanto riguarda la nostra coscienza di romano cattolici, evidenziano e ci esortano ad avere sempre presente nell’azione ecumenica il necessario legame tra verità e carità, tra identità e dialogo. Di riflesso ogni chiesa e comunità ecclesiale viene indirettamente stimolata dal documento ad esprimere in modo chiaro la propria identità e ciò che ognuno sente essenziale per essere Chiesa di Cristo e discepoli di Gesù e questo sforzo di approfondimento della propria identità dovrebbe facilitare un dialogo più vero e spingere in profondità il reciproco lavoro ecumenico.
Ma il documento vuole richiamare ai cattolici, senza cambiare di una virgola il Concilio vaticano secondo, la propria identità ecclesiale da vivere con grande serenità e soprattutto non per riaffermarla contro qualcuno, ma per vivere la nostra missione a servizio del vangelo e dunque la nostra carità verso tutti. Il dialogo va cercato come onesta attenzione all’altro e come proposta sincera del proprio punto di vista. D’altro canto potremmo aggiungere che ogni chiesa o comunità ecclesiale legittimamente ritiene davanti a Cristo di essere la forma più autentica di essere chiesa pur riconoscendo i peccati dei suoi membri e la perenne necessità della conversione.
I responsa , per quanto riguarda i fedeli cattolici, precisano il senso del subsistit e proclamano non autentica una ecclesiologia che immagini la Chiesa di Cristo come una somma delle Comunità ecclesiali e che non esista più in alcun luogo e che debba essere soltanto oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e Comunità ecclesiali poiché la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica. Una affermazione netta che non può non creare imbarazzo nel dialogo ecumenico ma che occorre contestualizzare e potrebbe divenire un documento per l’unità ed ecumenicamente utile. Invita infatti ad armonizzare concetti apparentemente contraddittori poiché se da un verso si dice che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, d’altro canto si dice che in base alla dottrina cattolica si può affermare correttamente che la Chiesa di Cristo è presente e operante nelle chiese e comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con essa.
Può il documento favorire un ecumenismo più profondo proprio partendo dal fatto che ci sono diverse idee di chiesa nella nostra visione reciproca e tutti potremmo sentirci stimolati a mettere a nudo ciò che ogni chiesa ritiene come assolutamente costitutivo della struttura ecclesiale. Anche l’autorità del Papa per i cattolici non è qualcosa che sta sopra o contro le chiese particolari, ma è piuttosto, dice il documento, uno dei principi costitutivi interni di ogni chiesa particolare e sfida la discussione ecumenica a chiarire come questo ministero appartenga alla vita interna di ogni chiesa particolare e come serva a liberare la fede e la vita delle chiese da una identificazione troppo forte con le condizioni culturali. Così quando a causa delle divisioni si dice che l’universalità della Chiesa non si realizza pienamente nella storia, si invitano i cattolici a liberarsi di ogni autosufficienza perché le divisioni sono tragiche anche per loro e rimandano ad una testimonianza convincente affinché il mondo creda.
Ora partendo da fatto che non è pensabile un puro ecumenismo di ritorno, come è possibile dopo i responsa affrontare la pastorale ecumenica intercristiana che resta una delle priorità della Chiesa cattolica come ricorda le lettera di presentazione del documento? Quale ecumenismo è possibile dal momento che anche l’ecumenismo di popolo o ecumenismo spirituale, così sapientemente e coraggiosamente delineato dalla Charta Oecumenica per l’Europa, ha bisogno di intravedere possibili esiti pur nella consapevolezza che l’unità è dono dello Spirito Santo? In positivo cosa possiamo continuare a costruire nella pastorale ecumenica?

un ecumenismo della santità e non di facciata

Se nei santi e nei martiri le nostre chiese sono già unite e se in ogni chiesa o comunità ecclesiale vi sono mezzi di santificazione, allora possiamo aiutarci a vivere una misura alta della vita cristiana senza nasconderci né minimizzare le differenze, ma riconoscendo con verità e gioia i doni di santità passati e presenti nelle nostre comunità ecclesiali. Non c’è dubbio che il linguaggio della santità e del martirio è, in campo ecumenico, il più intelligibile ed il più efficace. Possiamo trarre insegnamento da Frère Roger e da tutta l’esperienza di Taizè che ha creduto soprattutto all’ecumenismo della santità che cambia il fondo del cuore e che sola conduce verso la piena comunione. Unità dei cristiani e santità sono due realtà inscindibilmente unite, assolutamente inseparabili, che si compenetrano ed illuminano a vicenda.
Sono, quella e questa, due note essenziali della Chiesa di Cristo. Ogni passo innanzi sarà sempre legato alla maturazione di questa dimensione spirituale di tutti i membri della Chiesa. I veri protagonisti dell’ecumenismo non sono, dunque, gli uomini, ma lo Spirito Santo: è Lui che fa di molti un solo corpo, un cuore solo ed una anima sola, come avveniva nelle prime comunità cristiane . Riflettendo, in modo speciale, sul loro volto il volto di Cristo, vivendo, in tutta la sua radicalità, il Vangelo dell’amore e della riconciliazione, i cristiani danno una forte testimonianza di comunione a tutti i loro fratelli nella fede e a tutti gli uomini. Non c’è dubbio che il linguaggio della santità e del martirio è, in campo ecumenico, il più intelligibile ed il più efficace.
I santi possono dare un nuovo impulso all’ecumenismo. Una delle radici del movimento ecumenico infatti è nell’esperienza comune delle persecuzioni subite dai cristiani delle diverse confessioni Il ravvivato ricordo della testimonianza di tanti cristiani non può rimanere infecondo dal punto di vista ecumenico. Per noi europei i tanti martiri del novecento sono un tesoro preziosissimo da non disperdere e far valere per il nostro futuro di cristiani Se il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, come diceva Tertulliano, possiamo confidare che il sangue comune versato da tanti testimoni di chiese separate diventerà seme di unità per quelle stesse chiese. La legge del chicco di grano vale anche per il movimento ecumenico. Cadendo in terra e morendo, produce molto frutto (Gv 12, 24). Papa Giovanni Paolo II ha il merito di avere richiamato l’attenzione sulla dimensione martirologica dell’ecumenismo in occasione della commemorazione ecumenica dei testimoni del XX secolo.Una intuizione profetica che non andrebbe lasciata cadere
Per quanto riguarda i martiri e i santi si potrebbero raccogliere delle brevi autobiografie di santi e martiri di diversa Confessione affinché si scopra ciò che l’unico Spirito suscita nella santa Chiesa in tutte le Confessioni.
Anche il cardinale Kasper esorta nel suo vademecum a pubblicare ecumenicamente a livello locale o regionale registri aggiornati e note biografiche relative a recenti testimonianze di fede fino alla morte( ES 43) e a ripetere ciò che fece in modo insuperabile il Servo di Dio Giovanni Paolo secondo il 7 maggio 2000 al Colosseo, puntando ad una stesura ampia di un nuovo martirologio ecumenico sulla scia di quello edito dalla Comunità ecumenica di Bose. Possono sembrare piccoli segni ma , se attuati, avrebbero un grande valore educativo e simbolico! I nostri pellegrinaggi ecumenici sui luoghi dei martiri e dei santi più significativi delle nostre chiese vanno in questa direzione.
Un ecumenismo missionario e non di nevrosi
Quanto più diveniamo chiese missionarie preoccupate, senza alcuna nevrosi, di trasmettere fedelmente il cristianesimo alle nuove generazioni, tanto più saremo cristiani impegnati nell’ecumenismo. L’Unitatis redintegratio era, nel pensiero dei Padri conciliari, un testo intimamente collegato con l’Ad gentes . Si tratta di due momenti di un unico discorso. Il legame tra ecumenismo e missione è, di ordine “genetico”, nel senso che l’idea ecumenica ha preso corpo e si è estesa in seno alla Chiesa contemporaneamente ad una progressiva e sempre più viva coscienza della sua vocazione essenzialmente missionaria. E l’ecumenismo ha avuto origine e si è sviluppato nell’ambito della missione in cui ci si rende pienamente conto dell’assurdo della divisione dei cristiani e dello scandalo che esso provoca in un mondo, come quello di oggi, che, nonostante tutto, sembra camminare, anche se non senza fatica, verso una sempre maggiore unità nei vari settori della vita: sociale, culturale ed economico.
Possiamo applicare all’ecumenismo quel che Paolo VI diceva alla Chiesa cattolica: “La forza dell’evangelizzazione risulterà molto diminuita, se coloro che annunciano il Vangelo, sono divisi tra di loro da tante specie di rottura. Non sarebbe forse qui uno dei grandi malesseri dell’evangelizzazione? Infatti, se il Vangelo che proclamiamo appare lacerato da discussioni dottrinali, da polarizzazioni ideologiche o da condanne reciproche tra i cristiani in balia delle loro diverse teorie sul Cristo e sulla Chiesa.. come potrebbero quelli a cui è rivolta la nostra predicazione non sentirsene turbati, disorientati, se non addirittura scandalizzati? Sì, la sorte dell’evangelizzazione è certamente legata alla testimonianza di unità interna della Chiesa” (Evangelii nuntiandi, 77). L’ecumenismo ha, quindi, una dimensione profondamente missionaria, come la missione ha una dimensione profondamente ecumenica.
Ma oggi in Europa, specie tra i giovani, il legame tra missione ed ecumenismo si pone in modo nuovo.. Essi, in genere, non conoscono o non sono interessati alle questioni ecclesiologiche che hanno generato le varie separazioni tra chiese del secondo millennio. Molti di loro, forse per la prima volta in modo consapevole, mettono in discussione la persona stessa di Cristo che è sì rispettata ma non autorevole agli occhi di molti cristiani. E non solo non c’è intesa sulle conseguenze etiche che discendono dalla vita in Cristo, ma la stessa Persona di Gesù è in crisi . Di fatto è messa in discussione la sua umanità come pienamente capace di svelare l’uomo a se stesso e renderlo pienamente umano ed anche la sua divinità non accogliendo Cristo come unico redentore dell’uomo. Ora sulla persona di Cristo le Chiese cristiane sono state sempre unite; sul modo di intendere la Chiesa, i sacramenti, i ministeri si sono divise. Per molti giovani oggi quelle divisioni sono sconosciute o lontane perché il nodo gordiano oggi è Gesù Cristo. Qui si apre uno scenario nuovo dove in primo piano c’è lo sforzo comune di annunciare Cristo nella sua integralità pur partendo da esperienze ecclesiali che sono distinte su punti qualificanti del modo reciproco di concepire il Corpo di Cristo che è la Chiesa! L’annuncio integrale di Gesù Cristo alle nuove generazioni potrebbe diventare un grande laboratorio ecumenico in questa nuova stagione che pone in un confronto continuo le nuove generazioni in Europa e nel mondo. Ancora una volta dunque dalla missione all’ecumenismo. Senza nevrosi, perché i tempi sono di Dio, sia della missione, sia della riunificazione dei cristiani e nel frattempo lavoriamo serenamente a piccoli passi. I nostri gemellaggi ecumenici tra parrocchie delle varie confessioni anche geograficamente lontane potrebbero essere orientati più decisamente in questa direzione scambiandoci preghiere ed esperienze per essere insieme i missionari di Gesù Cristo del terzo millennio cristiano
Un ecumenismo spirituale e per niente astratto.

Tutti giustamente consideriamo l’ecumenismo spirituale come l’anima di tutto il movimento ecumenico. E non si tratta di scelte generiche o astratte ma lucide e concrete. Basterebbe mettere assieme le piste di fraternità nate dopo Graz tra comunità cristiane vicine o lontane o semplicemente prendere alcune delle tante suggestioni pastorali presenti nel libro “ Ecumenismo Spirituale” ( un vademecum e una sorta di piccolo direttorio con una miniera di spunti e di possibilità tutte al positivo) per accorgerci che abbiamo tanto da condividere insieme! Quel <<I cristiani insieme possono>> suona come un ritornello e possiamo prenderlo sul serio e sperimentare in questa nuova stagione ecumenica almeno alcune delle tante proposte.

Preghiera comune e memoria congiunta del battesimo

La preghiera del Signore è la preghiera comune dei cristiani che rendono grazie al Padre che li ha adottati come figli. Per questa ragione, malgrado le divisioni questa preghiera rimane bene comune di tutti i cristiani e una pressante esortazione a pregare per la loro unità . La Chiesa cattolica incoraggia i cristiani alla preghiera comune specie incentrata sul battesimo quale vincolo sacramentale dell’unità.(UR 22 Per questo esistono importanti possibilità di ecumenismo spirituale in relazione a questo sacramento.
Il Battesimo è il primo sacramento della salvezza per mezzo del quale la persona diventa cristiana, è incorporata a Cristo e alla sua Chiesa, è il sacramento che costituisce il fondamento della comunione tra cristiani. Quando i cristiani riscoprono insieme il mistero e le ricchezze spirituali del loro battesimo, si avvicinano maggiormente a Gesù Cristo e gli uni agli altri, diventano più consapevoli della loro appartenenza all’unico Corpo di Cristo e della loro comune vocazione.
Si può e si deve dunque crescere nella comunione con il reciproco riconoscimento del battesimo.
Un esempio recente e molto bello in Germania dove il Cardinale Karl Lehmann, Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il Vescovo luterano Wolfgang Huber e i rappresentanti di altre undici comunità confessionali, hanno adottato un documento comune sul battesimo. Il documento afferma: “Nonostante le differenze nella comprensione della Chiesa, esiste tra noi un accordo fondamentale sul battesimo. Per questo noi riconosciamo come compimento del battesimo ogni atto di immersione o di aspersione con l’acqua realizzato secondo la missione di Gesù, in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e ci rallegriamo per ogni persona che si battezza. Il battesimo così non può essere ripetuto” Anche il documento finale della terza assemblea lo raccomanda ai cristiani d’Europa!
Il reciproco riconoscimento del battesimo permette loro( dice il documento vaticano) di riunirsi in celebrazioni che affermano o fanno memoria della grazia del battesimo, di valorizzare la festa del Battesimo del Signore o il tempo liturgico di Pasqua e Pentecoste come occasione propizia per una catechesi comune sul mistero e i frutti del battesimo, utilizzando i documenti ecumenici sui sacramenti della iniziazione elaborati negli ultimi decenni.

Approfondire insieme la fede cristiana con le sante Scritture .

Leggere, meditare, pregare assieme le Scritture tra cristiani anche divisi, rafforza il legame di unità esistente, li apre all’azione unificante di Dio, dà maggior forza alla loro testimonianza . (Direttorio 183). La Scrittura illumina e nutre i cristiani di tutte le tradizioni e alcuni aspetti del mistero cristiano sono stati a volte messi in luce più efficacemente da altre Chiese o Comunità ecclesiali ed esorta a leggere e pregare insieme la Parola di Dio come “eccellente strumento” lungo il cammino dell’unità (ES n°14 , 18, 21)
Nel cammino catecumenale delle famiglie di mista confessione, si possono tenere incontri biblici con i sacerdoti e i pastori di diversa Confessione usando la stessa traduzione interconfessionale della Bibbia; le comunità di una zona pastorale potrebbero in accordo con i sacerdoti e i pastori tenere incontri comuni di introduzione alla Sacra Scrittura per tutti i cristiani del territorio che lo desiderano specialmente per i giovani .
Il vademecum offre immense opportunità nel corso dell’anno liturgico, un elenco straordinario che vale la pena di leggere con un animo pastorale aperto e creativo.
Partendo dalla settimana di preghiera per l’unità ( 18 –25 gennaio) che dovrebbe vedere tutte le componenti della Chiesa uniti con le altre Chiese e Comunità ecclesiali potrebbero essere individuati tanti altri appuntamenti ecumenici .A fine gennaio il vademecum suggerisce la domenica della Bibbia e quello potrebbe offrire l’opportunità per una comune celebrazione della Parola e magari consegnando capillarmente la Bibbia nella sua traduzione interconfessionale.
La prima domenica di quaresima secondo il calendario ortodosso è la domenica della Ortodossia e potrebbe essere l’occasione per pregare per tutte le Chiese ortodosse e iniziare assieme le pratiche della quaresima e proporre alcuni temi comuni di riflessione durante la quaresima.
Si arriva a suggerire una proposta davvero coraggiosa che potrebbe essere il momento culminante di una quaresima vissuta assieme da tutti i cristiani: un servizio comune basato su letture bibliche relative al perdono e alla misericordia come preparazione alla Confessione personale dei peccati che poi ognuno va a ricevere da un ministro della propria Chiesa .( ES 41)
Un altro appuntamento importante è la festa della salvaguardia del creato in settembre che, suggerita dal patriarca di Costantinopoli, la Chiesa cattolica ha fatto propria ed anche a Sibiu è stato un punto di grande unità e una occasione preziosa per ricuperare la comune tensione di tutti i battezzati per il bene comune, la ricerca della pace e la salvaguardia del creato.
Anche la Giornata della Riforma offre ai battezzati cattolici e ortodossi la possibilità di farsi vicini ai fratelli della tradizione riformata e riconciliare le memorie a volte dolorose e arricchirsi dei doni della loro esperienza di fede.
Il digiuno eucaristico rimane una ferita aperta delle nostre divisioni Poiché per le chiese cattoliche e ortodosse la comunione eucaristica e la comunione ecclesiale sono intimamente legate l’una all’altra non è possibile celebrare tutti assieme l’unica Eucaristia del Signore anche se i fratelli riformati la considerano una meta irrinunciabile del percorso ecumenico. Il digiuno eucaristico, ferita aperta delle nostre divisioni, non può non scuoterci tutti a cercare l’unità dei cristiani approfondendo le verità di fede non negoziabili e la comprensione stessa del mistero della Cena del Signore.
Per quanto riguarda la nostra Chiesa ecco i criteri: permette ai ministri cattolici di dare in alcune circostanze la santa comunione ad altri cristiani, sotto l’autorità del vescovo locale, anche ai cristiani riformati se manifestano la stessa nostra fede in ordine al sacramento. I cristiani cattolici possono in alcuni casi ricevere l’Eucaristia da altre Chiese cristiane che secondo la teologia cattolica celebrano “validamente” l’Eucaristia.

Coinvolgendo tutta la comunità cristiana

Queste suggestioni pastorali sono rivolte a tutti i possibili operatori pastorali a partire dai sacerdoti e dai diaconi che in molti casi fanno ancora fatica ad aprirsi alla dimensione ecumenica come già un <<vecchio>> documento del Pontificio Consiglio per l’Unità esigeva ( La dimensione ecumenica nella formazione di chi si dedica al ministero pastorale, 1995); si rivolgono ai monasteri e alle case religiose che possono intraprendere veri e propri gemellaggi ecumenici di fraternità; ai giovani e ai giovani ministri in modo tutto speciale perché essi potranno vedere i frutti che oggi si stanno seminando in campo ecumenico. In questo senso le ultime pagine del vademecum sono toccanti per chi ha a cuore il futuro delle Chiese cristiane in Europa : “ Ogni nuova generazione di giovani cristiani riceve in eredità il fardello delle divisioni del passato..Pertanto è di capitale importanza offrire ai giovani cristiani la possibilità di allacciare delle amicizie con i cristiani di altre tradizioni, leggere con loro il Vangelo e con loro pregare, in modo da comprendere e apprezzare meglio i loro doni.”. Si parla di veglie, di pellegrinaggi ecumenici, di campi scuola in comune, di scambi tra università (anche teologiche!), scuole cristiane, movimenti giovanili. Stoccarda insegna.! Anche i nostri gemellaggi ecumenici tra parrocchie e monasteri cristiani d’Europa, anche geograficamente lontani ,per dar vita in modo non sporadico a piste di fraternità e favorire legami di conoscenza, preghiera, dialogo e collaborazione reciproca senza toccare il dialogo teologico da farsi nelle sedi proprie, senza alcuna forma di proselitismo, nel pieno rispetto della tradizione di ciascuno possono aiutare a realizzare quelle indicazioni pastorali!
Un ecumenismo della carità fatta assieme e non da soli
In questa nuova stagione ecumenica sicuramente abbiamo tante opportunità di vivere la carità ecclesiale con le altre chiese e comunità come segno di una unità nell’amore . Una carità ecclesiale di stampo ecumenico che è suggerita dalla Charta Oecumenica, e per noi cattolici anche dalla seconda parte dell’enciclica “ Deus Caritas Est” di Benedetto XVI che illumina il valore e la bellezza della carità ecclesiale. “ L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele ma anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore(20)” Come non intravedere in queste parole del Santo Padre una carità missionaria ed anche ecumenica ? I riferimenti ai primi secoli del cristianesimo, la istituzione della diaconia come parte essenziale della Chiesa, la figura del diacono Lorenzo come grande esponente della carità ecclesiale nella Chiesa di Roma, il riferimento impressionante a Giuliano l’Apostata , sono uno stimolo attualissimo per l’ecumene cristiana a trovare vie sempre più condivise di una carità ecclesiale nelle Chiese e tra Chiese cristiane. Tra l’altro scrive il Papa:” Anche nella Chiesa cattolica e in altre Chiese e Comunità ecclesiali sono sorte nuove forme di attività caritativa, e ne sono riapparse di antiche con slancio rinnovato. Sono forme nelle quali si riesce spesso a costituire un felice legame tra evangelizzazione e opere di carità. Desidero qui confermare esplicitamente quello che il mio grande Predecessore Giovanni Paolo II ha scritto nella sua Enciclica Sollicitudo rei socialis,[28] quando ha dichiarato la disponibilità della Chiesa cattolica a collaborare con le Organizzazioni caritative di queste Chiese e Comunità, poiché noi tutti siamo mossi dalla medesima motivazione fondamentale e abbiamo davanti agli occhi il medesimo scopo: un vero umanesimo, che riconosce nell’uomo l’immagine di Dio e vuole aiutarlo a realizzare una vita conforme a questa dignità. L’Enciclica Ut unum sint ha poi ancora una volta sottolineato che, per uno sviluppo del mondo verso il meglio, è necessaria la voce comune dei cristiani, il loro impegno « per il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, specie dei poveri, degli umiliati e degli indifesi ».[29] Vorrei qui esprimere la mia gioia per il fatto che questo desiderio abbia trovato in tutto il mondo una larga eco in numerose iniziative.”
A questa eco e a queste iniziative possiamo unirci dopo Sibiu per far nascere tra Chiese cristiane una carità ecumenica assumendoci insieme l’imperativo evangelico della carità non solo come singoli ma anche come comunità ecclesiali. Questa carità ecclesiale vissuta radicalmente nelle Chiese e tra le Chiese rende più facile e credibile la carità dei cristiani verso tutti nella ricerca della giustizia, nella difesa della pace, nella salvaguardia del creato, termini che sono risuonati con forza a Graz e recentemente a Sibiu hanno trovato l’adesione profonda si tutti i cristiani d’Europa. Forse proprio da qui, se tradurremo le raccomandazione del documento finale sulla carità in segni concreti di vita, potrà aprirsi una nuova stagione tra i cristiani.

L’esperienza di Sibiu

Cosa resta di Sibiu? Troppo recente l’avvenimento per trarne conclusioni o intuizioni di nuovi percorsi. Ogni evento ecclesiale è di per sé un dono dello Spirito e può, come la Charta Oecumenica, aprire strade che vanno al di la dei documenti e delle sintesi e delle emozioni. Resta la gioia unica di esserci riconosciuti come fratelli e sorelle in Cristo e di aver potuto pregare tutti assieme a dieci anni da Graz e di aver sentito nel cuore che ci vogliamo veramente bene nel rispetto verso le differenze di ciascuno. E’ intatta la passione per l’unità con una maggiore consapevolezza delle difficoltà; sono stati belli i momenti di preghiera e il coinvolgimento dei giovani e la comunione schietta tra pastori e fedeli. Quali sottolineature sembrano più gravide di futuro? Sicuramente quella di un Europa cristiana accogliente, inclusiva e non esclusiva, capace di non avere paura e non alzare nuovi muri di separazione, un Europa in cui i cristiani non vivano per se stessi ma sappiano aprirsi coraggiosamente alle grandi sfide della globalizzazione . Si avvertiva una adesione forte e convinta da parte di tutti a Sibiu. Anche di qui, ricordando la storia bimillenaria del cristianesimo europeo, potrebbe nascere un forte impegno ecumenico! Un altro aspetto fortemente sottolineato da tutta l’assemblea è il necessario legame tra Europa e Africa come due continenti contigui e l’urgenza assoluta per i cristiani d’Europa di non abbandonare l’Africa al suo destino ma con tutti i mezzi sostenerla nel suo cammino verso una vita libera e giusta. Qualcuno ipotizzava che la quarta assemblea possa essere una finestra sul continente africano! La salvaguardia del creato ed uno sviluppo sostenibile sembra ormai un punto di non ritorno per le Chiese d’Europa anche perché il documento finale ha fatta propria l’iniziativa del patriarcato ecumenico ortodosso di un mese intero in cui tutti i cristiani del continente pregano e riflettono su questo tema.
Da un punto di vista strettamente ecclesiale ?
Qualcuno ha fatto notare una sproporzione di consensi tra i temi strettamente ecclesiali e quelli sociali e caritativi. Tutta l’assemblea era stata strutturata sulla Charta Oecumenica ed anche le conclusioni hanno invitato a prenderla in mano per viverne le potenzialità. Una riconferma del valore della Charta e della necessità di metterla in pratica ben sapendo che alcune chiese gli avevano riservato una accoglienza assi ridotta e distratta. Se da Sibiu torniamo con questo proposito non c’è dubbio che anche ecclesialmente facciamo un passo avanti.
L’urgenza di un reciproco riconoscimento del battesimo potrebbe essere una prossima meta ecumenica non piccola e gravida di prospettive. L’attenzione ai giovani di tutte le Confessioni presenti alla Assemblea e la pubblicazione del loro documento accanto a quello ufficiale è stato un segno di grande stima e attenzione alla loro presenza (www.eea3.com). Anche se numericamente non erano tantissimi, ma tutti pronti e motivati, per i giovani cristiani europei Sibiu potrebbe essere un ideale passaggio di testimone e se in essi matura la passione dell’unità e la sapranno trasfondere nelle rispettive comunità cristiane, potranno davvero dar vita ad una nuova stagione ecumenica.

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